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giovedì 21 settembre 2017

Babbo Natale esiste!

Caro direttore, ho otto anni. Alcuni dei miei amici dicono che Babbo Natale non esiste. Mio papà mi ha detto: “se lo vedi scritto sul Sun, sarà vero”. La prego di dirmi la verità: esiste Babbo Natale? Virginia O’Hanlo
Questa lettera arrivò al New York Sun nel settembre 1897. Il giornalista   Francis Pharcellus Church anzichè cestinare,  il 21 settembre, rispose con un articolo che riportiamo.
Il pezzo divenne un classico del giornalismo mondiale ed è ad oggi il pezzo più riprodotto dai giornalisti americani e non solo. 


Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono stati contagiati dallo scetticismo tipico di questa era piena di scettici. Non credono a nulla se non a quello che vedono. Credono che niente possa esistere se non è comprensibile alle loro piccole menti. Tutte le menti, Virginia, sia degli uomini che dei bambini, sono piccole. In questo nostro grande universo, l’uomo ha l’intelletto di un semplice insetto, di una formica, se lo paragoniamo al mondo senza confini che lo circonda e se lo misuriamo dall’intelligenza che dimostra nel cercare di afferrare la verità e la conoscenza.
Sì, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste così come esistono l’amore, la generosità e la devozione, e tu sai che abbondano per dare alla tua vita bellezza e gioia. Cielo, come sarebbe triste il mondo se Babbo Natale non esistesse! Sarebbe triste anche se non esistessero delle Virginie. Non ci sarebbe nessuna fede infantile, né poesia, né romanticismo a rendere sopportabile la nostra esistenza. Non avremmo altra gioia se non quella dei sensi e dalla vista. La luce eterna con cui l’infanzia riempie il mondo si spegnerebbe.
Non credere in Babbo Natale! È come non credere alle fate! Puoi anche fare chiedere a tuo padre che mandi delle persone a tenere d’occhio tutti i comignoli del mondo per vederlo, ma se anche nessuno lo vedesse venire giù, che cosa avrebbero provato? Nessuno vede Babbo Natale, ma non significa che non esista. Le cose più vere del mondo sono proprio quelle che né i bimbi né i grandi riescono a vedere. Hai mai visto le fate ballare sul prato? Naturalmente no, ma questa non è la prova che non siano veramente lì. Nessuno può concepire o immaginare tutte le meraviglie del mondo che non si possono vedere.
Puoi rompere a metà il sonaglio dei bebé e vedere da dove viene il suo rumore, ma esiste un velo che ricopre il mondo invisibile che nemmeno l’uomo più forte, nemmeno la forza di tutti gli uomini più forti del mondo, potrebbe strappare. Solo la fede, la poesia, l’amore possono spostare quella tenda e mostrare la bellezza e la meraviglia che nasconde. Ma è tutto vero? Ah, Virginia, in tutto il mondo non esiste nient’altro di più vero e durevole. Nessun Babbo Natale? Grazie a Dio lui è vivo e vivrà per sempre. Anche tra mille anni, Virginia, dieci volte diecimila anni da ora, continuerà a far felici i cuori dei bambini.

sabato 16 settembre 2017

Parole...

 “Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere” (Emily Dickinson)
Le parole possono essere  dure, leggere, seducenti, ammaliatrici, vili, pesanti. 
A volte volano leggere, arrivano da fuori quando si è assorti in pensieri altri, fatti anch'essi di parole. Frasi, poesie, romanzi, l’amore detto, cantato, urlato. Le parole del silenzio, quelle non dette ma che turbinano in testa, le parole scordate e quelle da dimenticare. Libri, migliaia di parole su pagine, avvolgono leggere e leggiadre, ti portano fuori, in un mondo forse non tuo, ma solo tuo in quel momento. E quando il libro termina sei triste perché ti mancheranno quelle parole, allora ne cercherai altre, e poi altre ancora. Così scrivi impetuoso come un torrente, e, come dice Emily, le guardi, a volte te ne innamori, altre volte ti chiedi “ma le ho scritte io?” Non ti capaciti, perché il pensiero libero si è scatenato fra un muretto a secco e uno stradello di campagna, fra un sorriso e una nostalgica malinconia, fra mare e cielo. Allora cerchi altre parole, anzi, loro trovano te nel loro svolazzare come farfalle. E’ il momento in cui si sciolgono passando dal cuore alla tastiera senza volteggiare nel “logico/illogico”, rileggerai poi, dopo, a fine corsa. E forse cambierai qualcosa, poco però.
E le parole, migliaia di parole mai dette, che rimangono lì ferme e che, quando ricordi, rimpiangi di averle solo pensate senza farle uscire fuori. 
Sguardi che si incrociano per strada, casualmente, e dietro lo sguardo un fiume di parole che si vorrebbero dire solo perché si intravede empatia fra sconosciuti, lunghe passeggiate in riva al mare, in due, in silenzio, senza parlare, perché le parole stanno dentro e non sanno uscire ma ci sono, urlano, sibilano, si incrociano, volteggiano. E poi la pagina bianca, il dramma di chi vuole scrivere e non sa iniziare perché quel bianco da riempire spaventa. Un giorno un bravissimo pittore di Gavi Ligure mi disse che lui no, non faceva grandi formati “perché la tela bianca grande mi spaventa e mi blocca”. Lo stesso accade per chi scrive, la maledetta pagina bianca che poi come per magia si riempie di simboli, lettere, punti, virgole, fluisce, si dipana e alla fine stai lì, la guardi ed è quello il momento in cui “la parola comincia a splendere”.
Imbonitori, affabulatori, guappi, poeti, commercianti di vacche, scrittori raffinati… Tutti urlano e decantano parole che planano leggere o pesanti, pensate, pesate, ripensate. A volte inutili.   
Parole di amanti e parole di governanti, parole di bimbi che non misurano le parole ma le usano così come le hanno imparate e vogliono comprendere. Le usano così come le hanno ascoltate dai “grandi”, senza necessariamente comprenderne il significato, ma sapendo che hanno un senso. Così l’immagine del “sole rotto” da una nube che sembra tagliarlo in due, detto da un bimbo può fare sorridere, ripensato può essere poesia pura, alta. Il senso delle cose, delle parole, dei simboli.
Parole nuove mai udite, neologismi li chiamano, quelli che inventano i ragazzi e che poi diventano quotidiano, comuni, ovvie e scontate. Parole antiche passate di moda ma che improvvisamente ti trovi davanti e ne scopri la bellezza, la meraviglia.
Parole che si illuminano… Appunto. 





mercoledì 13 settembre 2017

Saudade (nostalgia del futuro)

Quem mostra' bo
Ess caminho longe?
Quem mostra' bo
Ess caminho longe?
Ess caminho
Pa Sao Tomé

Sodade sodade
Sodade
Dess nha terra Sao Nicolau

 Si bo 'screve' me
'M ta 'screve be
Si bo 'squece me
'M ta 'squece be
Até dia
Qui bo voltà

Sodade sodade
Sodade
Dess nha terra Sao Nicolau


Chi ti ha mostrato
Questo lungo cammino?
Chi ti ha mostrato
Questo lungo cammino?
Questo cammino
Verso Sao Tomé

Nostalgia, nostalgia
Nostalgia
Di questa mia terra, Sao Nicolau

Se mi scriverai
Io ti scriverò
Se mi dimenticherai
Ti dimenticherò
Fino al giorno
In cui tornerai

Nostalgia, nostalgia
Nostalgia
Di questa mia terra, Sao Nicolau





Nostalgia del futuro.
Saudade può avere anche questa accezione: “malinconia per qualcosa che non si è vissuto e che si vorrebbe vivere”. Saudade è portoghese, è brasiliana. E’ del sud profondo, dove le emozioni si fanno forti, a Napoli esiste una parola che potrebbe essere simile: appocundria, cantata da Pino Daniele in un suo album. Perché i sud del mondo sono sanguigni, irrequieti, diretti. Qui incontri passioni forti e immense contraddizioni, gelosie e amori folli, palazzi baronali e palazzi diroccati, storia, molta storia, i turchi e i podestà che erano espressione delle baronie, il socialista che, durante gli anni bui della dittatura, portava la figliola con una coccarda rossa in testa il primo maggio e veniva regolarmente incarcerato. Emigrazione verso paesi che offrivano lavoro, e lo si faceva a qualunque costo per poi tornare dopo anni, magari distrutti, ma con i soldi per costruirsi una casa.
Pensando alla nostalgia del futuro non si può non tornare alle “prime volte”.
Quella volta in cui mio padre mi lasciò ed io imparai ad andare i bicicletta senza rotelle convinto che mi tenesse saldamente. Quella volta in cui sentii una forte attrazione per una ragazza. Il primo bacio. La prima lezione di guida. La forza con cui si credeva che il mondo doveva essere cambiato. “Tutto e subito” però, senza intermediazioni. Il tramonto fotografato con le colline del Monferrato dietro. La magia nel vedere la fotografia comparire piano piano nel bagno di acidi in camera oscura. La prima volta in cui andammo a Genova quasi pionieri a scoprire un mondo immenso di navi, vicoli, puttane, contrabbandieri di sigarette con i loro banchetti. La prima ciucca con sambuca un capodanno di soli maaschi timidi. Il primo viaggio in treno verso terre lontane: Roma. E ancora mille prime volte che avevano il sapore di un inizio e la certezza che si doveva crescere sempre, scoprire sempre, rifare altre prime volte, sentire altre prime emozioni. Con la malcelata certezza, in fondo, di essere immortali.
Poi l’incontro con le prime delusioni perdendo una battaglia o con la fine di un amore che doveva essere eterno, il cambiamento con altre prime volte, lavori, emozioni nuove. Nuove persone che passano nella tua vita, alcune come meteore, altre come rocce impossibili da spostare, stanno lì, son certezze.  
Poi improvvisamente ci si ritrova così, meno speranzosi , ci si accorge che arriva quella saudade, quella nostalgia di un futuro che la disillusione ha cancellato.
I baci sono stati mille e altri mille, si guida l’auto con naturalezza, la sambuca non mi piace proprio, preferisco il vino rosso ma non mi ubriaco perché poi sto male. A Genova non ci stanno più i banchetti con le sigarette.  E il mondo che volevamo cambiare, accidenti è più marcio di prima e non si vede possibilità di mutare l’esistente. Questa saudade, voglia di futuro, nostalgia delle cose belle immaginate, lontane, da raggiungere ma raggiungibili, può diventare resa allo stato delle cose.  Si vota perché si deve fare, senza molte speranze di cambiare il mondo. Spesso non lo si fa.
Si insulta chi insulta l’immigrato solo perché mussulmano, avendo però la certezza che l’insultatore voterà per chi insulta più forte e forse vincerà. Eppure quando avevamo un futuro eravamo certi che il razzismo non era qui, non qui. 
Così guardi i ragazzi che si baciano, loro sì, ancora senza saudade, con un futuro tutto da inventare, e ti commuovi augurando loro un futuro, solo un futuro senza angosce.
“Saudae, saudade, saudade” canta Cesaria Evora, lei la conosce, la canta, la vive.


Mentre scrivevo queste righe, il caso, il caos, empatia o chissà quale diavoleria, è arrivata la notizia della morte di Marcello Pantani. Saudade… Appunto.

martedì 12 settembre 2017

Marcello Pantani

Alcune persone danno una netta sensazione... come spiegare.. di essere invincibili. Ma quella seccatura finale poi arriva. Marcello Pantani se ne sta andando, ma prima della morfina, ha chiesto alla figlia Carla di salutare e mandare un bacio ai suoi "compagni di Bari". Questo ci commuove. Da questa bacheca ti auguro sogni belli, Marcello.




Queste parole mi sono arrivate tramite facebook, come una stilettata. Purtroppo arrivano momenti in cui fai i conti con te stesso, con la vita e il fine vita, con la malattia. E ti ricordi. Così Marcello ha affidato alla figlia quelle parole che ricordano la sua militanza in Lotta Continua a Bari. 
Con Marcello ci siamo visti una sola volta, poi ci siamo sentiti spesso per mail e per telefono, il suo aiuto nel ricordare Elio e il suo periodo pugliese è stato essenziale per il libro.
Ripropongo qui il suo intervento nel mio libro "Elio" e lo ringrazio con commozione. 
I tempi della "militanza a tempo pieno" erano quelli in cui si condivideva tutto, le miserie, il mangiare una volta ogni tanto, la mancanza di soldi sempre, i volantinaggi davanti alle fabbriche.
Poi le strade si sono divise, Elio se ne è andato a morire in Salvador, Marcello a Pisa caparbiamente a credere di poter cambiare lo stato delle cose. 
Così è andata. Grazie.


Ricordando Elio

1971, settembre avanzato. Al Cep, Quartiere di Edilizia Popolare nel territorio del comune di Modugno, alle porte di Bari, un numeroso gruppo di famiglie con pesanti problemi abitativi occupava da alcuni giorni un ospedale costruito da anni e da sempre inutilizzato.
Mentre Lotta Continua stava organizzando da tre, quattro mesi la sua presenza a Bari e provincia (Altamura, Molfetta, Mola, Turi, Conversano), i suoi militanti erano già attivi nelle situazioni operaie e di quartiere, in quelle delle scuole superiori e verso le caserme dove erano presenti nuclei organizzati di soldati democratici, detti “Proletari in Divisa”, P.i.D. (una sera, un compagno e una compagna, che diffondevano un volantino all’uscita da una caserma, vennero arrestati per istigazione a disobbedire alle leggi e si fecero alcuni giorni di carcere), con interventi e qualche simpatizzante nelle fabbriche della zona industriale, nel tessuto sociale della città vecchia dove aveva aperto la sua sede, nell’iniziativa rivolta a isolare i fascisti e a contrastarli nelle loro aggressioni pressoché quotidiane, condotte da squadracce all’uscita delle scuole contro studenti conosciuti per il loro impegno politico nel movimento e contro compagni isolati sorpresi in giro per la città.
Al Cep tra gli occupanti c’era la famiglia di un giovane proletario che si era avvicinato a Lotta Continua fin dall’inizio, interessato in particolare all’impegno antifascista.
Fu lui a coinvolgere e organizzare i compagni e le compagne di Lotta Continua nella vicenda del Cep, che raggiunsero un pomeriggio in un bel gruppo, mentre poliziotti e carabinieri erano attrezzati per sgomberare gli occupanti e chiunque si trovasse a presidiare l’occupazione.
Tra loro c’era anche Aurelio Ferraris, detto Elio. Da qualche settimana aveva lasciato il suo lavoro di geometra responsabile della costruzione di una strada provinciale nella zona di Altamura, dove aveva vissuto per circa un anno, e si era trasferito a Bari, in casa mia, per  «capire le modalità di svolgimento del lavoro politico di Lotta Continua a livello di massa», come diceva lui. Ma aveva anche l’idea di spostarsi a Molfetta, dove compagne e compagni sarebbero stati felici di accoglierlo.
C’era stato circa due mesi prima il convegno nazionale di Lotta Continua,  ciò che aveva affrontato, insieme ad altri temi, tra cui quello allora centrale delle lotte operaie, la situazione meridionale, collocandola in modo deciso nel progetto politico di LC, e che s’era tenuto a Bologna a fine luglio al palazzetto dello sport.
Ricordo che ne era stato tenuto fuori un giornalista arrogantello, tal Gianpaolo Pansa, assurto 30 anni dopo agli onori della falsificazione della storia della Resistenza col suo “capolavoro” di menzogne, dal titolo “Il sangue dei vinti”, allora semplicemente desideroso di inventarsi scoop sui presunti “figli di papà, rampolli della borghesia, che giocano a fare i rivoluzionari, ecc.”.
Cliché, questo, adottato da tanti giornalisti, appartenenti a tutte le testate, di destra o di sinistra che fossero, tanto per informare correttamente dei sommovimenti che da un pezzo stavano accadendo in questo Paese tra giovani, studenti, proletari in genere, operai, donne, detenuti, soldati di leva, matti di manicomio, ecc.!
Cliché, che non è stato mai messo tra i ferri vecchi, tant’è vero che nell’ottobre 1980, durante i “35 giorni” della Fiat, me lo ritrovai affibbiato addosso dal plurivenerato Giorgio Bocca sulle colonne di “Repubblica”, che se la prese con me perché una sera, davanti alla porta di Mirafiori dov’era il “quartier generale della lotta”, sotto il poster gigantesco del testone di Marx, osai esprimere idee forti sulle ragioni degli operai in uno dei tanti capannelli di discussione (presente anche l’ineffabile Fassino, attuale sindaco di Torino e all’epoca responsabile provinciale della commissione lavoro del PCI, che s’incazzava di brutto con gli operai che dissentivano da lui, fino a farci preoccupare tutti quanti per lo spessore che raggiungevano le vene del suo collo durante la foga).
E se la prese, il Bocca, anche con la mia compagna, anche lei presente, descrivendola nell’articolo come una “borghese elegantemente vestita, a mo’ di sessantottina”. O giù di lì, cito a memoria.
Ritornando al convegno di Bologna, ricordo che, quando stava per finire, incontrai Elio, che non sapevo ci fosse venuto. Stava per ritornare in Puglia, ma quando gli proposi di passare un giorno a casa dei miei a Cecina, dove avevo intenzione di recarmi per stare un attimo con loro e da dove potevamo andare giù insieme, accettò volentieri.
Così mi mise a parte dei suoi progetti politici e mi coinvolse nella sua decisione definitiva di lasciare Altamura, da lui presa già da qualche mese, mi disse. Voleva finirla con un lavoro che lo stringeva in un’assurda contraddizione tra la sua collocazione politica e il ruolo di controllo e di comando da lui esercitato sugli operai del cantiere.
Una decisione che, soprattutto, diventava per lui ineludibile, una volta che si era convinto che in Puglia avrebbe potuto essere utile all’esistenza e al rafforzamento di Lotta Continua, solo se avesse potuto impegnarsi politicamente “a tempo pieno”, trovando da arrangiarsi economicamente con un lavoro in cui spendere solo qualche ora al giorno.
Da qui, la scelta di spostarsi verso la fascia costiera barese, con una università importante, moltissime scuole medie superiori, una zona, tra Bari e Modugno, a grande intensità industriale, numerose caserme dell’esercito, una sfilza di centri tra Monopoli e Barletta, passando per Bari, che mettevano insieme quasi 800mila abitanti, a cui ne andavano sommati altri 600-700mila, stanziati nella fascia interna, a distanza ragionevole dalla costa, e comunque gravitanti sul capoluogo, tra Gioia del Colle e Canosa.
Niente a che vedere con quanto si potesse abbracciare da Altamura, centro per certi versi isolato, sulla Murgia barese.
Se ne era già discusso, in occasione di miei viaggi ad Altamura, ma soprattutto durante gli spostamenti (interminabili, visti i mezzi di trasporto di quindicesima mano di cui eravamo dotati) che avevamo fatto insieme per recarci in Calabria ad alcune riunioni di coordinamento delle sedi, all’epoca non numerose, di Lotta Continua del Sud: a Vibo Valentia, a Castrovillari, a Cosenza.
Da Cecina viaggiammo insieme fino a Bari, dove Elio mi portò fin sotto casa e ripartì per Altamura, che lasciò definitivamente qualche settimana dopo, per sistemarsi in una stanza libera dell’appartamento pressoché privo di arredamento in cui vivevo nel quartiere Muratiano.
E mi fece un bel regalo: la foto dell’uscita generale delle compagne e dei compagni dal palazzetto dello sport di Bologna a convegno concluso, in mezzo ai quali risaltava mio padre col suo metro e novanta, in canottiera, e la camicia sul braccio: doveva fare caldo, anche in quel luglio lontano, anno 1971.
Una foto che adesso conserva mia figlia e in cui mio figlio da piccolo guardava ammirato e contento quel nonno grande e alto.
Una foto ben fatta, perché Elio era anche fotografo.

A Solero, piccolo ventr a pochi Km. da Alessandria, sull'onda delle lotte studentesche e operaie esplose a Torino nel '68 e '69 e della risonanza che avevano avuto in tutta la provincia piemontese, aveva smesso di simpatizzare per il partito liberale e si era avvicinato a Lotta Continua, di cui andò poi a divulgare il messaggio (anche portando con sé alcune copie dell’omonimo periodico, uscito come primo numero nell’autunno ‘69) quando si trasferì ad Altamura.
E qui si legò agli studenti universitari e ai giovani operai della GiOC (Gioventù Operaia Cristiana) che frequentavano il Centro di servizi culturali facente capo alla Cassa per il Mezzogiorno e presente ad Altamura come in molte altre località del Sud: un’occasione per ritrovarsi e per discutere, in un’epoca in cui era intenso il fermento politico e culturale e l’aggregazione ne era una conseguenza coerente col bisogno di prendere l’iniziativa.
Ad Altamura, all’interno del Centro si costituì, grazie di certo anche a Elio, un gruppo di Lotta Continua, tra cui alcuni universitari, alcuni operai metalmeccanici dipendenti di una fabbrica di Bari e un giovane coltivatore diretto, Vito, quello che fece conoscere il giornale di Lotta Continua agli studenti di lettere e filosofia e di giurisprudenza dell’università di Bari, dove andava a diffonderlo, dopo che Elio aveva provveduto a farselo spedire da Milano, città in cui veniva stampato.
Vito, che poi lasciò Altamura , per andare a costruire Lotta Continua a Matera con Antonio, studente di Bisceglie proveniente dall’università di Pavia, impegnandosi in particolare nell’intervento politico rivolto agli operai del polo chimico di Pisticci, rappresentato dalla fabbrica dell’ENI.

Io ero a Bari da maggio-giugno ’71, proveniente da circa un anno di esperienza politica a Taranto, sempre in Lotta Continua, dove avevo militato fin dalla sua “costituzione” (autunno ’69), prima a Rosignano Solvay, Cecina e Piombino e poi a Livorno, e dopo essermela fatta tra il ’66 e il ’69 con Il Potere Operaio toscano, fin dagli incontri preparatori sia dell’organizzazione che del suo omonimo giornale, il cui primo numero era uscito nel febbraio ’67.
Non ero un funzionario di partito, ma un militante che aveva deciso di fare il “randagio”, felice ma non troppo di esserlo (mia moglie, una parigina, non aveva retto granchè la cosa e mi aveva piantato) 
Dopo che ero rimasto solo, quando alcuni compagni di LC, i quali in qualche modo ne dirigevano la baracca, mi chiesero di trasferirmi da Livorno a Taranto, quella del IV Centro siderurgico Italsider, il più grande in Europa (20mila dipendenti diretti e 20mila circa dipendento di ditte appaltatrici, in parte manutenzione, in parte prosecuzione dell'installazione degli impianti), con l’obiettivo  della saldatura del perimetro della presenza di LC nel ciclo dell’acciaio in Italia (dopo Piombino, Bagnoli e Genova, finalmente il mostro di Taranto), accettai e in pieno agosto mi ci trasferii, senza un indirizzo di riferimento e coi pochi soldi che mi erano rimasti dall’ultima retribuzione percepita come insegnante di italiano, storia e geografia nei corsi di scuola media serale a Cecina.
A Taranto e poi a Bari non vivevo di stipendio per funzionari, ma di piccole “rimesse regolari” da parte di mio padre, operaio, e mia madre, ex-operaia.
Inoltre, ricevevo aiuti saltuari ma di grande significato da parte di alcuni compagni di Cecina; di un’amica e compagna di Piombino; di un paio di intellettuali livornesi, che avevo avuto come professori di storia e filosofia parecchi anni prima, ai tempi del liceo classico a Piombino; di un paio di amiche e compagne di Napoli: tutte persone che mai dimenticherò. Vivevo con “tre soldi” al mese, senz’acqua calda né riscaldamento, mi nutrivo poco più di una volta al giorno, indossavo indumenti puliti, scarpe comprese, avevo capelli lunghi, mai sporchi. Magro, ma non secco, in pace con me stesso, tutto sommato felice di essere “randagio”.
Ma per quanto ancora sarebbe durato un vivere che teneva in sintonia tra loro tutti gli aspetti del mio essere e del mio esistere e li coniugava con naturalezza a un impegno politico totalmente assorbente, al punto da rendere impossibile districarsi tra il fare “lavoro politico” e l’agire secondo i più comuni e ordinari bisogni umani?
Per quanto ancora sarebbe durato un vivere che faceva dell’impegno politico -ben oltre una ragione fondamentale di vita- un modo stesso di vivere, uno stile di vita, un qualcosa che non era di certo una uniforme da dismettere quando arrivavo a casa, ma una energia che non smetteva mai di agire in me, che agiva in ogni mio istante?
Com’era praticamente per la totalità dei compagni e delle compagne, com’era per Elio, del quale, mettendo finalmente in un canto i toni seriosi di pocanzi, voglio ricordare i baffi tra il biondo e il rosso, tanto curati che al cospetto i miei parevano appartenenti a protagonista di film western, la persona curatissima, la silhouette mingherlina e signorile.
Solo qualche tempo dopo la nascita di mia figlia, feci presente a Lotta Continua che, forse, avevo bisogno di essere aiutato: cosa che avvenne, non regolarmente magari, ma di grande utilità lo stesso.

Ritornando al Cep, le forze dell’ordine non tardarono granché a passare all’azione di sgombero, naturalmente senza alcun preavviso, cominciando a manganellare chi capitava a tiro, per poi fermarlo e caricarlo sui cellulari. Impossibile fare una resistenza di qualche significato, disorganizzati come eravamo e un po’ pesci fuor d’acqua, visto che eravamo arrivati all’occupazione più come osservatori che altro. Elio stava per essere agguantato da un paio di “celerini”, cercò di divincolarsi ma non ci riuscì, finché mi intromisi io  con due altri compagni: bloccammo i poliziotti con una breve colluttazione, liberammo Elio e riuscimmo a sparire.
Andò peggio quando, 8-9 mesi dopo, a Molfetta, dove si era stabilito una volta terminata la breve esperienza barese, Elio venne arrestato insieme a un altro compagno durante la contestazione messa in scena dai compagni contro un comizio del MSI, come contributo locale alla campagna nazionale “i fascisti non devono parlare”, lanciata da Lotta Continua per le elezioni politiche anticipate del 1972.
Lì, la polizia non andò per il sottile e i due compagni finirono per alcuni giorni in carcere a Trani, finché il “nostro” avvocato barese riuscì a farli tornare in libertà, anche se “provvisoria”, come di dice.
Con Elio e le compagne e i compagni di Molfetta, come del resto con quelli disseminati in Puglia (non solo in provincia di Bari, dove alle sedi iniziali si aggiunsero quelle di Bisceglie, Barlettae Gravina, ma anche a Montesantangelo sul Gargano e a Taranto, Brindisi, Lecce e in alcuni centri di queste province) e in Basilicata (in particolare a Matera),  mi vedevo molto spesso, visto che avevo una sorta di compito di “coordinatore regionale”, che svolgevo un po’ a tempo perso, in verità, dato che il grosso del mio impegno era a Bari.
Ma con Elio, e con compagne e compagni venuti da altre regioni a praticare la loro militanza politica, il rapporto si caratterizzò molto sul piano personale, accomunati come eravamo da un’esperienza che ci aveva visti partire da città dove avevamo il nostro inserimento, interrompere relazioni con amici e amiche, con le nostre famiglie lasciate là a preoccuparsi per le nostre sorti, con qualche storia d’amore rimasta aperta sulla carta ma destinata a estinguersi per la lontananza e per l’insorgere di nuove vicende amorose.
Come la storia tra Elio e la sua compagna di Solero, venuta nel settembre 1971 a Bari (naturalmente a casa mia!) per capire con lui cosa fare del loro rapporto e ripartita con un pugno di polvere.
Parlammo per due notti di queste cose, Elio e io a Molfetta, era il marzo 1972, quando fui costretto a vivere in casa sua per due giorni (il tempo di uscire dalla “flagranza di reato”), dopo avere lasciato Bari in fretta e furia in seguito a un comizio sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, in cui affrontai anche l’argomento della “strategia della tensione” e delle stragi, chiamando in causa pesantemente la DC, il MSI, lo Stato e i suoi corpi armati e “separati”. Al punto che due compagni sul palco accanto a me, non appena pronunciata l’ultima parola, mi presero energicamente sotto braccio, mi portarono giù dal palco, chiamarono altri compagni a proteggermi dai poliziotti della “squadra politica” corsi a fermarmi e mi fecero scappare. Dove? Alla stazione e da lì a Molfetta, da Elio, a trovare il tempo di leggere, riflettere, immaginarci il futuro, ricordare.
Ricordo serate trascorse nella sede di Molfetta con Elio e con qualche compagno locale, di certo Pasquale, a ciclostilare volantini per le fabbriche o le scuole baresi, quando il ciclostile di Lotta Continua di Bari era in riparazione o quando non avevamo soldi per comprare carta e inchiostro.
Ricordo le venute di Elio a Bari, la sera, a casa mia, e le discussioni su problemi di prospettiva politica, di progetto politico di Lotta Continua, di rapporti col PCI e soprattutto con la sua base, a proposito della questione elettorale e governativa, o di rapporti coi sindacati e i consigli di fabbrica, sulla democrazia sindacale.
Ricordo Elio alle prese coi suoi impegni familiari relativi non tanto alla relazione con la sua compagna, quanto a quella coi figli di lei (un bambino e una bambina), nati dal suo precedente matrimonio.
Quando nel 1974 diventai padre, mi resi conto che il rapporto con mia figlia Carla era di un’intensità e di una complessità non paragonabili a quelle raccontate da Elio nel rapporto coi figli della sua compagna, ma questo non sminuì affatto la mia sensazione di un Elio attento e premuroso verso quei bambini.
Con Elio non era facile, per me,  parlare di politica, anche se sempre o quasi sempre riuscivamo a toglierci dagli occhi le bende delle diverse ideologie di provenienza (ideologie intese come visioni preconcette e perciò false del reale) e a vedere crudamente la situazione e i problemi, per cercare di capirne la portata ed elaborare i modi per affrontarli. Avevamo formazioni e storie parecchio differenti.
Io, di famiglia operaia e comunista di Cecina, formato dai ricorrenti racconti di mio padre su episodi della Resistenza e delle lotte nella fabbrica chimica Solvay dove lui lavorava ed era attivo sindacalmente (iscritto alla Cgil) e politicamente (ma come “cane sciolto”, avendo sempre escluso di iscriversi al PCI), studente di liceo classico in una città operaia come Piombino (mi ricordo le cariche a freddo della Celere contro il comizio del 1° maggio del 1956) e poi universitario con tutti gli esami sostenuti e la tesi di laurea in giurisprudenza rinviata a tempi meno coinvolgenti degli anni ’60 e anche ‘70.
Lui, di famiglia medio-borghese impegnata in un’attività di tipo artigianale, studente di istituto tecnico, diplomato geometra e diventato capo-cantiere trasfertista per lavori stradali dalle parti di Altamura.
Io, giovane comunista da 14 a 18 anni, uscito dall’organizzazione giovanile del PCI in dissenso sull’occupazione sovietica dell’Ungheria (novembre 1956), passato per gli scontri durati tre giorni tra proletari e paracadutisti affiancati da “celere” e “baschi neri” nell’aprile 1960 a Livorno e per l’antifascismo del “luglio ’60”,  poi rientrato nel PCI nel 1965 per esserne messo alla porta nel 1966 (erano i mesi dell’XI congresso del partito) e partecipare, senza soluzione di continuità, alla costruzione, prima, di Il Potere Operaio toscano e, dopo, di Lotta Continua.
Lui, di simpatie politiche liberali, messe in crisi, già in pieno “sessantotto”, dalla voglia di capire quel che succedeva, gli studenti, gli operai e le loro ragioni.
Lui, più giovane di alcuni anni rispetto a me, che mi sono sempre trovato a essere uno dei più “vecchi” in tutta la mia esperienza di “sinistra extraparlamentare”.
Due esperienze vissute in mondi non proprio vicini, dei quali ci portavamo dietro e dentro, ben oltre quanto ne fossimo consapevoli, peculiarità e differenze anche profonde, che davano luogo continuamente a modi divergenti di vedere le cose, a discussioni spesso poco costruttive e tutt’altro che pacate, a proposte di iniziative e a prese di posizione che pareva venissero non tanto da due militanti della stessa organizzazione, ma da due organizzazioni diverse, a impostazioni non proprio omogenee nel mettere in pratica l’azione politica o nel verificarne l’andamento e i risultati o nel doverne fare una qualche rettifica.
Nonostante tutte queste diversità, che del resto non erano circoscritte alle nostre due persone, ma attraversavano tutto il microcosmo di Lotta Continua, non solo a Bari, ma in tutta la Puglia e in tutt’Italia, la convivenza tra diversi fu normalmente possibile, anzi molto utile e positiva, perché dal confronto tra i poli “opposti” e tra loro quelli “intermedi” scaturivano quasi sempre arricchimenti di conoscenze e iniziative politiche e sociali non affidate all’impulso del momento, ma elaborate nei dettagli e nella prefigurazione delle prospettive e degli esiti.
Questo, almeno finché il movimento, di cui Lotta Continua era parte importante, visse (portando con sé grandi contenuti e perseguendo grandi obiettivi) la sua fase ascendente di partecipazione di massa, pure se tragicamente percorsa dalla perdita di vite umane, sia a opera del terrorismo fascista-statuale (stragi di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969; di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974; del treno Italicus del 4 agosto 1974 all’interno della galleria ferroviaria di San Benedetto Val di Sambro sulla linea Firenze-Bologna), che degli attentati fascisti, che della repressione poliziesca.
Nemmeno a Bari e provincia la situazione era idilliaca: gruppi di fascisti (finché non ci si organizzò sistematicamente per renderli impotenti e sgominarli) aggredivano spesso, anche in pieno giorno, i compagni, arrivando nei primissimi anni ’70 fino al grave ferimento con arma da fuoco (al collo e alla spalla) a Mola di Bari di Paolo, giovanissimo studente di Lotta Continua, mentre stava ciclostilando in sede verso mezzanotte, e all’accoltellamento a Bari di Ruggiero, giovane compagno, anche lui di Lotta Continua.
Ferimento e accoltellamento, diventati oggetto di vuote istruttorie giudiziarie e rimasti impuniti, a onore dell’efficienza e della determinazione “democratica” della polizia giudiziaria e dei magistrati baresi che ebbero assegnati quei casi, e che in seguito si rivelarono molto più efficienti nell’arresto e detenzione di compagni, come Pino di Lotta Continua e Nino del Circolo Lenin di Puglia!
I fascisti, costretti a nascondersi nelle “fogne”, tentarono, allora, di infiltrarsi con loro camerati sconosciuti ai compagni nelle assemblee studentesche all’università, per individuare i “comunisti” da colpire di notte con agguati al momento del loro rientro a casa; di assaltare i compagni mentre facevano attacchinaggio di manifesti; di incendiare le sedi di Lotta Continua.
Non riuscirono a terrorizzarci, anzi, furono bersagliati da una risposta quotidiana, organizzata, condotta da qualche decina di militanti di Lotta Continua, che non colpì nel mucchio, se non raramente, ma mirò a obiettivi precisi, che non potevano che essere i capi del mazzierato squadrista e le sedi organizzative delle loro imprese vigliacche, compresa le sede centrale del MSI, attaccata il 29 maggio 1974 con bottiglie incendiarie dai compagni che avevano partecipato al corteo di protesta contro la strage fascista del giorno prima a Brescia.
Tanta tensione, ma convinzione delle proprie ragioni e determinazione nel portarle avanti. Unità sostanziale di intenti e di modalità operative d’azione, grande solidarietà all’interno dell’organizzazione di Lotta Continua, impegno generoso da parte di tutti e tutte, giorno e notte, per far vivere quelle ragioni nelle fabbriche, nelle scuole, nell’università, nei quartieri popolari, tra i proletari in divisa delle numerose caserme cittadine, in tutta la città.
Elio, che viveva meno direttamente questa situazione in quanto era impegnato a Molfetta, non per questo non sviluppava le stesse tematiche coi compagni di quella città, non per questo non condivideva le iniziative di Lotta Continua barese. Anzi, la sede di Molfetta, grazie in particolare a lui, aveva un rapporto strettissimo con la realtà politica di Bari e nei momenti di più intensa attività i compagni di Molfetta non solo socializzavano nel loro contesto le vicende baresi, ma davano anche fisicamente e materialmente un contributo significativo al lavoro politico svolto a Bari.
Finché non sopraggiunse il 1975, col suo carico di morti concentrate in tre giornate maledette di metà aprile, quando il 16, a Milano, un fascista di Avanguardia nazionale uccise a colpi di pistola, durante uno scontro tra fascisti e antifascisti, Claudio Varalli, 18 anni, studente (aderente al Movimento lavoratori per il socialismo); il 17, ancora a Milano, un carabiniere, durante il successivo corteo antifascista di protesta, travolse col camion lanciato contro i manifestanti Giannino Zibecchi, 28 anni, studente/lavoratore (aderente al Coordinamento comitati antifascisti); sempre il 17, a Torino, una guardia giurata uccise a colpi di pistola, durante un’occupazione di case, Tonino Micciché, 25 anni, operaio (aderente a Lotta Continua); il 18, a Firenze, un poliziotto in borghese col volto coperto, uccise a colpi di pistola, durante una manifestazione antifascista organizzata dall’ANPI, Rodolfo Boschi, operaio (aderente al Partito comunista italiano).
Una strage istigata da un regime democristiano che sentiva messo in pericolo il suo potere trentennale dall’incalzare delle lotte sociali e politiche, sul posto di lavoro e nelle città, che dal 1968 stavano conducendo gli operai, altri numerosi settori proletari, gli studenti, i soldati democratici, i detenuti, i degenti nei manicomi, gli abitanti dei quartieri popolari, gli antifascisti.
Un’occasione come un’altra, da sfruttare in modo forcaiolo dal regime democristiano per dotarsi di strumenti liberticidi di controllo e di repressione dei movimenti. Tant’è vero che venne approvata in fretta e furia la cosiddetta legge Reale, che prevedeva il divieto di partecipazione alle manifestazioni con bandiere sostenute da aste tradizionali, perché ritenute “armi improprie”, e di uso di indumenti che impedissero la riconoscibilità di chi li indossava, nonché l’avocazione, da parte della procura generale, dei procedimenti riguardanti notizie di reato relative ad agenti: una sorta di “commissariamento” di vicende giudiziarie, che avrebbero potuto nuocere al braccio armato del potere esecutivo.
Una legge, cui anche il PCI, sempre più dimentico della storia di abusi e di ferocie del potere repressivo che aveva imperversato ed imperversava in Italia dal dopoguerra, non poteva non garantire il suo voto favorevole (unica eccezione ufficiale, apertamente dichiarata nel dibattito al Senato, quella di Umberto Terracini).
Di questo risentì, in qualche misura, il dibattito in corso dentro Lotta Continua sulle prospettive politiche che si sarebbero potute aprire col voto legislativo del 1976, il quale, secondo LC, avrebbe segnato una pesante sconfitta della DC e la possibilità di un governo delle sinistre, con cui la sinistra rivoluzionaria avrebbe avuto interesse a stabilire un rapporto di opposizione-collaborazione, in quanto governo sul quale i movimenti avrebbero potuto esercitare condizionamenti significativi.
A non molti compagni parve, giustamente, che questa prospettiva di “utilizzo” da parte dei  movimenti di un eventuale governo delle sinistre risultasse decisamente smentita dal voto favorevole del PSI e del PCI sulla legge Reale.
Elio fu tra questi compagni.
Non potendo, in questo ricordo, entrare nel merito della deriva che caratterizzò la sinistra rivoluzionaria (in primo luogo Lotta Continua, anche per effetto dell’insorgenza, da una parte, dell’opposizione, al suo interno particolarmente esplosiva, dei compagni juniores al ruolo di dirigente di quelli seniorese alla concezione e alla pratica della militanza e, dall’altra, del manifestarsi radicale del femminismo come concezione della politica, della contraddizione uomo/donna in generale e, nello specifico, in LC), vorrei solo dire che già nella seconda metà del 1975, almeno in LC, alcuni nodi cominciarono a venire al pettine, probabilmente riconducibili a una certa autoreferenzialità nell’elaborazione, da parte del gruppo dirigente nazionale, della cosiddetta “linea politica” e della sua trasmissione all’insieme dei militanti non come qualcosa da passare al setaccio dell’intelligenza collettiva diffusa in tutti i territori, ma come un approdo ormai definito e definitivo a cui, tutto sommato, non restava, localmente, che adeguarsi, tutt’al più individuando le forme e i percorsi per la sua messa in pratica. Con l’aggiunta che i gruppi dirigenti locali poco facevano per interagire criticamente con quello nazionale, comportandosi in linea di massima come dei semplici esecutori di ciò che passava il “convento”.
Non ci rimase per tutto il 1976 che girare a vuoto con parole d’ordine che si ripetevano uguali a se stesse da anni (sia per la lotta operaia che per quella sociale, sia per la lotta politica che per quella antifascista, con in più l’ultima trovata del “PCI al governo” (tanto la nostra forza e quella dei movimenti l’avrebbero inchiodato alle sue responsabilità!): il tutto dentro una certa fuga dalla militanza di compagni e compagne, verso un’altra militanza o verso il “privato”.
Le elezioni politiche del giugno 1976 (col risultato per la coalizione “rivoluzionaria” decisamente scoraggiante -1,5% dei voti validi-, con la DC che tenne, col PSI che andò al suo minimo storico e col PCI che non fece l’exploit delle amministrative dell’anno precedente) fecero il resto: scompaginamento di ogni certezza (altro che “governo delle sinistre” e sinistra rivoluzionaria lì, a fare in modo che non sgarrasse rispetto ai bisogni dei lavoratori e degli studenti!) e perfino di ogni ipotesi; desiderio di abbandonare la nave senza nemmeno tentare di capire se con essa, da attrezzare in modo decisamente nuovo, fosse ancora possibile proseguire la navigazione e che tipo di navigazione e verso quale porto.
In Lotta Continua sorsero le “correnti” (spesso composte da compagni e compagne che tra loro avevano davvero poco da spartire), spesso messe su non tanto per il bisogno di discutere e capire, quanto per quello di trovare capri espiatori con cui arrivare alla resa dei conti o da indicare al pubblico ludibrio. E, drammaticamente, chiusura assoluta nel proprio ghetto minoritario.
Ci fu chi ne fece parte, come Elio.
E chi se ne ritrasse, pensando che fosse più importante cercare di capire cosa stesse succedendo tra i lavoratori delle fabbriche dove LC era presente, nei quartieri dove avevamo sezioni, tra i “proletari in divisa”, tra gli studenti; credendo che, piuttosto che fare ammucchiate per “vincere” contro la corrente “avversa”, fosse necessario riflettere anche in solitudine o con altre compagne e compagni (i quali, più che di fare correnti per vincere, sentivano l’esigenza di capire) per tenere in piedi qualcosa che potesse almeno somigliare alla continuazione di un rapporto di massa.
Qualche tempo prima del congresso nazionale di Rimini (che si tenne a fine ottobre 1976 e  che non prese -contrariamente a quanto racconta chi è interessato a non assumersi responsabilità rispetto alla fine di LC- nessuna decisione di scioglimento), dovetti, per motivi di famiglia, lasciare Bari per fare ritorno a Livorno, dove non trovai una situazione migliore di quella barese. Anzi!
Da Torino, poi, dove trovai lavoro, mantenni qualche contatto con compagne e compagni di Bari, che da lì a un anno dopo, sia quelle e quelli che erano usciti da LC, che quelle e quelli che erano rimasti dentro ciò che ne restava, si impegnarono nelle lotte degli studenti universitari fuori-sede e vissero giornate di dolore, di rabbia e di lotta antifascista in seguito all’uccisione da parte di assassini fascisti del giovane Benedetto Petrone, compagno della FGCI di Bari Vecchia, molto vicino a Lotta Continua.
Di Elio non seppi più niente.
Solo più tardi seppi di lui da un compagno, il quale mi raccontò di un suo progetto di impegno sindacale nella Uil, che non sapeva se si fosse mai realizzato, e del suo desiderio di trasferirsi in America Latina come reporter internazionale, se ricordo bene.
Della sua morte violenta in Salvador, dove si era unito ai guerriglieri del FLMN che combattevano la feroce dittatura di José Napoleon Duarte, sono venuto a conoscenza parecchio dopo, quando venni anche a sapere che il Nicaragua e il Salvador erano stati le ultime tappe del suo peregrinare in vari paesi latinoamericani.
Poi, quand’erano già passati tanti anni, fui raggiunto da una telefonata di un vecchio compagno pugliese residente a Bologna (era riuscito ad avere il mio numero di telefono, dopo averlo cercato per mari e per monti), il quale mi diceva che voleva vedermi per consegnarmi il passaporto di Elio (non ricordo come lo abbia ricevuto) proveniente (se ricordo bene) dal Nicaragua, immaginando che avrei potuto farlo avere alla sua famiglia tramite la madre di mia figlia, che risiedeva ad Alessandria.
Di lì a poco ci vedemmo a Bologna, dove mi ero recato per partecipare a un corso di formazione sull’orientamento scolastico e professionale. Ci abbracciammo commossi: per il fatto che era passata una vita dall’epoca di Lotta Continua; per il fatto che l’occasione era dovuta alla “dimenticanza” di un compagno sempre in giro, anche per lande turbolente, che aveva lasciato il passaporto di là dall’oceano, in Nicaragua (come mi sembra di ricordare); per il fatto che questo compagno stavolta non avrebbe più fatto ritorno fra noi …

Addio Elio.


(Pisa, 16 luglio 2011)


 Dopo l'uscita del libro, quando gli inviai una copia, mi mandò queste righe, la commozione era evidentmente grande. 

... non saprei dire meglio del libro che tu hai scritto insieme a Elio, di quanto non abbia già detto Maurizio Nocera.
Un libro bello e drammatico, terribile, che inesorabilmente mi ha trascinato dentro la tragedia delle scelte di vita di Elio e delle vicende che hanno contraddistinto la sua brevissima esistenza, fino al suo peregrinare, spietato verso di sé, in America latina.

Una lettura, quella che ho fatto del tuo (del vostro) libro, che ha rappresentato per me fin dall’inizio, con la lettera datata Solero 17 novembre 1978, una sofferenza intensa, che è andata crescendo man mano che andavo avanti, finché ho dovuto fermarmi per la forte emotività che mi ha assalito nella parte finale, quando sono comparse una dietro l’altra tutte le lettere di Elio.
Lettere che poi ho letto e riletto.
Un grande abbraccio

giovedì 7 settembre 2017

7 settembre 1911 - Arrestato Guillaume Apollinaire

Il 7 settembre 1911 venne arrestato il poeta francese Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicki, conosciuto come Guillaume Apollinaire, sospettato di avere, complice Picasso, rubato Monna Lisa dal museo del Louvre. 
Apollinaire (Roma, 26 agosto 1880 - Parigi 9 novembre 1918) era l'autore dei famosi calligrammi, oltre che poeta e critico.
Venne quindi rilasciato estraneo del tutto ai fatti. 
Apollinaire: Tour Eiffel - calligramma


Ciao mondo di cui

io sono la lingua
eloquente che la tua
bocca o Parigi
tira e tirerà
sempre
ai tedeschi.


Del furto era colpevole Vincenzo Peruggia, italiano di origine, il quale voleva banalmente restituire il maltolto all'Italia, sia pure dietro pagamento, infatti offrì in vendita il dipinto per alcuni milioni di lire. Venne arrestato a Firenze nel 1914, proprio durante la trattativa, dove venne processato e condannato ad una pena esigua, dovuta alla pressione popolare che vedeva l'aspetto patriottico del gesto e ad una perizia psichiatrica approssimativa. Gli venne infatti comminata lapena di un anno e 15 giorni,  poi mutata in sette mesi e otto giorni. Peruggia uscì di galera molto prima, accolto e salutato da studenti toscani che gli consegnarono i proventi di una colletta "a nome dell'Italia intera" durante la quale raccolsero 4.500 lire.