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venerdì 20 aprile 2018

Papa Francesco e don Luigi Ciotti ricordano Don Tonino Bello



 
Don Tonino Bello

Ad Alessano prima e poi a Molfetta si sono incontrate migliaia di persone ad aspettare il Papa Francesco e ad ascoltare Don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera. Due grandi persone che sono venute in fondo all’Italia per ricordare la figura di un grandissimo salentino, Don Tonino Bello, che aveva fatto missione il suo essere dalla parte degli ultimi, con umiltà, con devozione, oltre ogni ritualità che altri papi, altri prelati hanno sempre sbandierato mascherando con la fede una visione della società così lontana dal vero, dal reale. Una visione che possiamo definire senza ansie, retrograda e conservatrice. Il ricordo fra gli ultimi va a papa Giovanni Paolo 2° quando fece fare molta anticamera all’arcivescovo di El Salvador, Oscar Romero prima di accusarlo velatamente di collusione con i comunisti solo perché difendeva campesinos martoriati dagli squadroni della morte.
Con Papa Francesco anche un laico, un ateo, si sente invece rappresentato nella ricerca di una società equa, accogliente, dove il “bene” deve essere comune, una lotta fra titani o contro mulini a vento, leggendo le cronache quotidiane, tuttavia indispensabile per proseguire a credere che un mondo migliore sia possibile realmente.  

Così Papa Francesco ha parlato ad Alessano, sulla tomba di Don Tonino Bello, dicendo fra l’altro che deve essere messa “Al primo posto la dignità del lavoratore” ed ha proseguito ricordando “Don Tonino la chiamava terra-finestra, perché dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti sud del mondo”… “Di questa amata terra che cosa don Tonino ci potrebbe ancora dire? Questo credente con i piedi per terra e gli occhi al Cielo, e soprattutto con un cuore che collegava Terra e Cielo, ha coniato una parola originale: contempl-attivi. Con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione.


La veglia di preghiera e riflessione è invece stata condotta da Don Luigi Ciotti il quale ha parlato a lungo di legalità, di coraggio, di “sovversione”. Di seguito alcun istralci del suo intervento:

 «Cosa direbbe oggi Tonino a noi, a voi, a tutti? Direbbe di avere coraggio, di essere sovversivi perché il cristiano autentico è sempre sovversivo perché il Vangelo è in contrasto con la mentalità del mondo. Direbbe che non possiamo dirci cristiani se restiamo zitti di fronte a chi sfrutta i poveri e li umilia. Ripeterebbe la sua provocazione che non gli interessava chi era Dio ma da che parta stava Dio»…  «Oggi don Tonino direbbe che l’Italia non deve vendere le armi ma esportare la pace. Direbbe a voi giovani di alzare la voce, di impegnarvi di più per la pace. Direbbe che i poveri non solo vanno rispettati ma accolti. Ci direbbe che non è possibile, oggi, che in Italia ci siano cinque milioni di poveri e che tanti giovani si perdano nelle spire di un precariato infinito».

E parlando di come Don Tonino Bello fosse osteggiato ai suo itempi e in tempi più recenti, don Ciotti dice: «Che meraviglia il Papa che viene qui ad Alessano a pregare sulla tomba di un profeta. Tonino è stato, evangelicamente, uno scandalo»…«Dobbiamo avere coraggio e cercare la verità»… «non ho mai dimenticato quando Tonino mi diceva che delle parole dette avrebbe dovuto rendere conto alla storia ma della mancata difesa dei deboli avrebbe dovuto rendere conto a Dio».
 
Papa Francesco e Don Luigi Ciotti
Quello che segue è un articolo che scrissi per Paese Nuovo quando conobbi la grandezza di Tonino Bello:

Il Salento non è solo arte. Ci sono uomini che travalicano le loro appartenenze religiose, politiche, culturali. Che parlano all’umanità intera linguaggi  che raggiungono le coscienze in modo diretto. Ci sono sguardi che trafiggono per la loro intensità. Come il Dalai Lama che porta in giro per il mondo il suo esilio. Il Mahatma Gandhi che invocava la pace con messaggi di una coerenza difficilmente riscontrabile da altre parti. Pensiamo a figure di statisti come Pertini, Moro e molti altri potrei citarne, sicuramente scordandone molti altri ancora. Sono persone di fronte alle quali ogni essere umano si sente in dovere di esprimere riconoscenza. Cattolici, atei, laici, di religioni diverse, però con un univoco modo di essere eticamente, moralmente, socialmente preziosi per gli insegnamenti che ci hanno donato.

Così anche un non credente si sente in forte debito nei confronti di un sacerdote, un vescovo in questo caso, che ha aperto uno squarcio nella pochezza di alcuni linguaggi  o, peggio, nelle nefandezze che sono di strettissima attualità in ogni ordine di gerarchie, siano esse laiche o religiose.   

Sono voci fuori da questi cori così poveri, e sono vere sciabolate di luce viva, fari di coscienza e di consapevolezza. Hanno sguardi penetranti, hanno parole che commuovono come l’estrema coerenza sa commuovere. Aiutano a guardare e vedere, invitano a non spegnere mai la luce.

Tonino Bello nacque ad Alessano (Le)  il 18 marzo del 1935. Finite le medie, venne mandato in seminario prima ad Ugento (Le) , poi a Molfetta (Ba).
Ordinato sacerdote a 22 anni, si occupò della rivista “vita nostra”. Poi, negli anni 70, fu parroco a Tricase (Le). Qui incontrò e conobbe gli ultimi: i poveri,  i disoccupati,  gli emarginati. Nel 1982 venne nominato vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi e nel 1985 presidente di pax Christi. Fra i molti suoi scritti ed interventi, mi piace citare quello del grembiule e della stola, che forse contribuisce a comprenderne la statura:
  “…Forse a qualcuno può sembrare un'espressione irriverente, e l'accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.
Si, perchè di solito la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sè, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami… Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla nè di casule, nè di amitti, nè di stole, nè di piviali... La cosa più importante, comunque, non è introdurre il "grembiule" nell'armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l'altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile…”
Servizio. E’ stata questa la grandezza di Tonino Bello. L’umiltà di essere servitore del suo Dio e soprattutto delle persone, al di là ed oltre il loro credo. Persone e basta.  Aprendo le porte del suo vescovado agli operai, ai disoccupati. Andando con la sua utilitaria la notte nei quartieri degradati per aiutare un tossicodipendente, una prostituta, un clochard. Indossava il solo grembiule in quei momenti, ma quanto era luminoso, sembrava una stola di seta dorata!
E come vescovo inizia un percorso che lo vede a fianco degli operai delle acciaierie di Giovinazzo che difendono il posto di lavoro. Soprattutto è a Comiso con i pacifisti a sfilare contro l’installazione dei missili. E aprirà le austere porte del vescovado per accogliere gli sfrattati, sostenendo con forza che non risolverà lui il problema degli sfrattati, non è compito suo. Lui intende semplicemente istigare le istituzioni a fare il loro lavoro. “…io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove(…),insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa.”
E ancora, pur nella consapevolezza di essere personaggio scomodo, crea centri di accoglienza per i tossicodipendenti, per immigrati. E fa nascere una moschea per “i fratelli mussulmani”. Integrazione, accoglienza, solidarietà nei fatti, sono le parole d’ordine che lo guidano e il suo essere pastore.
La pace e un pacifismo “militante” furono  le sue battaglie più aspre. Quelle che lo portarono addirittura ad essere accusato di incitare alla diserzione quando in una lettera ai parlamentari nel gennaio 1991,   disse che era possibile:  “esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l'enorme gravità morale dell'uso delle armi». Prima aveva lottato contro gli F16 a Crotone, contro gli Jupiter a Gioia Del Colle. Aveva promosso campagne per il disarmo e l’obiezione fiscale alle spese militari.
Immediato viene il paragone con un altro vescovo. Oscar Romero infatti invitò i militari salvadoregni ad opporsi a ordini di pena di morte. E immediato viene il parallelo con la teologia della liberazione. Romero venne trucidato da un tiratore scelto delle squadracce del dittatore mentre elevava l’ostensorio in una cattedrale affollata di campesinos impauriti e sgomenti. Sangue e vino si mescolarono sul pavimento. Sangue e altro sangue.
Il culmine dell’impegno per la pace di Tonino Bello furono quei 500 che partirono da Ancona per la marcia per la pace in una Sarajevo martoriata dalla guerra, era il 7 dicembre 1992. E lui, già malato, terminò la sua omelia con queste parole: “…Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.
 Alexander Langer, suo estimatore ed amico,      ricordò con queste parole un dialogo fra loro dopo il ritorno da quella marcia: “Tornò pieno di dubbi, e non li nascose: aveva vissuto con acuto dolore l'impotenza della pura proclamazione di pace, non se la sentiva di dare o escludere indicazioni operative, ma era sicuro di una cosa, come nei giorni della guerra del Golfo: che la pace, per affermarsi, ha bisogno innanzitutto di persone pacifiche e di mezzi pacifici”.
Tonino Bello morì il 7 aprile 1993 per cancro.

Alcune sue citazioni sono rimaste impresse come scritte indelebili.  Una sua frase ricordo in particolare:
 «Dicono che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto, devono tenersi abbracciati per poter volare».   
E ancora nel corso di un incontro che ebbe con i ragazzi di una scuola media,  disse parlando a braccio:
 “…Abbiamo sentito una canzone qualche sera fa nella cattedrale di Terlizzi ad un incontro per i giovani… facemmo mettere una canzone di Zucchero che diceva: “… voglio amare fino a che il cuore mi faccia male…”. Io vi auguro, ragazzi, che voi possiate essere capaci di amare a tal punto che il cuore veramente vi faccia male! Lo dico a tutti, indipendentemente dalla vostra esperienza religiosa… anche se c’è qualcuno, qualcuna che è molto lontana… sono convinto che è una cosa che tocca anche loro… starei per dire… soprattutto loro! Vi auguro che possiate veramente amare, amare la vita, amare la gente, amare la storia, amare la geografia, cioè la Terra… a tal punto che il cuore vi faccia male… e ogni volta che vedete non soltanto queste ignominie che si compiono, queste oppressioni crudeli, queste nuove Hiroshima e Nagasaki, questi nuovi campi di sterminio, vedrete fra 5 o 6 anni come i momenti che stiamo vivendo oggi passeranno davvero nella storia con una gravità più grande di quella che avvolge gli episodi di Hiroshima, di Nagasaki, dei campi di concentramento, dei campi di sterminio… quello che si sta compiendo oggi… nel silenzio generale di tutti… questi curdi massacrati, come gli iracheni massacrati, come le guerre che hanno mietuto iracheni, americani, europei… ma che c’importa della bandiera? Quando muore un uomo è sempre una tristezza incredibile. Io penso che quando voi vedete queste cose vi dovreste sentire il cuore che vi fa male… Ma noi il cuore ce lo sentiamo triste soltanto quando vediamo le cose epidermiche… Perché vedere la moglie di un marinaio che ieri è morto nell’incidente di Livorno che viene ripresa dalle zoomate impietose della tv e che piange, che singhiozza… anche te ti senti il cuore che ti fa male… ma poi dopo passa… e la televisione ci sta abituando a girar pagina subito. Però il grido violento che si sta sprigionando dalla Terra, soprattutto dalle turbe dei poveri, quello lì deve risuonare costantemente dentro di voi… vi auguro, dicevo, che il cuore vi faccia male, come anche il cuore vi dovrebbe far male quando vedete lo sterminio della natura… Sentiremo fra poco che cosa significa la fiumana di greggio che si è sprigionata nel Golfo Persico… ”



giovedì 29 marzo 2018

Primavera arriva? No, c'è Salvini!

Arriva forse primavera,  solo che quest'anno è bizzarra, fredda, incapace di farsi voler bene. Forse, chissà, ha letto i giornali. Forse, chissà, non le sta bene che Salvini prenda troppi voti e che gli altri troppi vadano a ragazzini che non salveranno il mondo per il semplice fatto che non lo sanno fare. In realtà neppure troppo gli va che altri (ex) partiti che erano grandi si siano avvoltolati su sè stessi mentre quelli che hanno preso 1,5% dicano boriosi "noi abbiamo vinto e siamo il solo futuro della sinistra". Non per dire, ma se il glorioso e solo futuro è questo, siamo ridotti veramente maluccio.
Fatto sta che primavera si nasconde annichilita. Ha sentito che tutti quelli che hanno vinto ma non hanno i numeri per fare nessun governo, vogliono fare un governo. Di Maio dice che lo vuol fare con Salvini senza Berlusconi (il quale conta poco più di nulla), Salvini dice che vuole Berlusconi, sappiamo tutti che non è vero, però lui lo dice. Berlusconi dice che vuole fare il ministro degli esteri, forse vuole banalmente dimostrare che Ruby è la nipote di Mubarac, come sosteneva convintamente la neo presidente del senato, amichetta di merende del pregiudicato Silvio. E poi vuoi mettere Ah, manca il Partito Democratico. Renzi, grazie alla sua legge elettorale, ha candidato solo i suoi fedelissimi, quindi il giglione magico domina i rarissimi eletti del PD.  Solo che hanno i numeri al massimo per fare un congresso alla pizzeria Da Ciccio, quindi sono ininfluenti per la formazione di governi e dicono seri seri “noi siamo opposizione” qualcuno si è spinto a dire “e dall’opposizione lavoreremo per i più deboli” questo fa supporre che dalla eventuale maggioranza, dei più deboli se ne scatafottevano.

E va bene così, con quest’aria insalubre, volete che primavera venga a profumare l’ambiente? Ma per favore!!!!


sabato 17 marzo 2018

Pater Noster (Jacques Prevert)

Pater Noster (Jacques Prèvert)

Padre nostro che sei nei Cieli
Restaci
E noi resteremo sulla terra
Che qualche volta è così carina
Con i suoi misteri di New York
E i suoi misteri di Parigi
Che valgono almeno quello della Trinità
Con il suo piccolo canale a Ourcq
E la sua grande muraglia in Cina
Il suo fiume di Morlaix
E le caramelle alla menta
Con il suo Oceano Pacifico
E le due vasche alla Tuileries
Con i suoi bravi bambini e le cattive persone
Con tutte le meraviglie del mondo
Che sono qui
Semplicemente sulla terra
Offerte a tutti
Sparpagliate
Meravigliate anch’esse della loro meraviglia
E con il coraggio di non riconoscerla
Come una bella ragazza nuda ha il coraggio di non mostrarsi
Con le spaventose sventure del mondo
Che sono legione
Coi legionari
Con i torturatori
Con i padroni di questo mondo
I padroni coi loro sacerdoti i loro traditori la loro soldataglia
Con le stagioni
Con gli anni
Con le belle ragazze con i vecchi bastardi
Con la pagliuzza della miseria a marcire nell’acciaio
Dei cannoni

martedì 6 marzo 2018

Elezioni 2018. patatrac delle sinistre


Questa è l'Italia che esce dalle elezioni del 4 marzo 2018. In Giallo il movimento 5 stelle, in blu il centrodestra, le insignificanti zone rosse sono quel che rimane del centro sinistra e delle sinistre in genere. 
A fronte di risultati così definitivi, epocali, inquietanti, sentiamo dire da Renzi che la colpa è stata si chi votò NO al referendum sulla sua iniqua riforma costituzionale e di Mattarella che non lo fece andare al voto nel 2017. Non una parola di autocritica, nulla di sbagliato, anzi, rivendica ogni mossa e, sia pure senza dirlo apertamente, si prepara a ricandidarsi alla guida del partito (se così sarà dovremo dire che il PD ha il leader che si merita). Le altre sinistre si dimostrano spesso molto "sinistre", nel senso peggiore del termine. Ho letto qualcuno di potere al popolo (1,5%) che diceva "buon risultato, partiamo da qui", Liberi e Uguali, nonostante alcuni pezzi grossi (D'Alema, Bersani, Grasso, Fratoianni, Civati, Boldrini ecc.) ha a malapena messo assieme i voti per superare di stretta misura la soglia di sbarramento del 3%. Insomma, una batosta epocale per le sinistre tutte, sono evaporate lasciando scie si supponente arroganza dietro di loro. E' il capolinea di un percorso partito da lontano, dalla formazione del PD con una fusione a freddo di anime diverse e preso in mano da orde barbariche di rampanti che hanno di botto archiviato decenni di storia, di sezioni, di presenza sul territorio, di contatto diretto con le persone, con gli elettori, per creare apparati guidati da guitti toscani e non. Non a caso vincono (stravincono) formazioni che forzano le paure e le ansie, come gli estremisti di destra della lega, e i cinque stelle che parlano linguaggi vicini alle persone e promettono (vedremo come riusciranno a farlo, cosa della quale mille dubbi sorgono) improbabili rivoluzioni civili. Dopo una roboante campagna elettorale in cui tutti hanno promesso tutto, ora è tempo di capire come e quante promesse potranno essere mantenute. Auguri agli italiani tutti, ne abbiamo bisogno, con una classe politica improvvisata e raffazzonata come quella attuale, ne abbiamo veramente bisogno. Come avremmo necessità di umiltà, di capire senza urlare.






domenica 25 febbraio 2018

Pensieri della domenica mattina

Allora ci siamo quasi, finalmente fra una settimana si vota, in questa bieca campagna elettorale abbiamo sentito di tutto, anche il casapoundino che dice in TV "ci prendiamo un pezzo di Libia e risolviamo il problema emigrazione" (sic). A spezzare le reni alla Grecia ci penseremo poi. 
Poi il Salvini che giura dal palco ""Mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, di applicare quanto previsto dalla Costituzione, rispettando quanto contenuto nel sacro Vangelo". Forse ha letto su quei testi "senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani"?
E abbiamo capito che tutti, ma proprio tutti, abbasseranno le tasse. Bizzarro veramente tutto ciò. 
E va bene così, però è domenica, ci si sveglia alle sei come ogni mattina, un caffè, una doccia giusto per essere tonici nonostante l'età e si esce con il cane. Solita passeggiata come fanno gli anziani con il cane, soliti incontri, solite parole. E un pensiero circolare "come mai dopo i quarant'anni gli uomini diventano bianchi e le donne bionde?" 
Si pensano cose astruse la domenica mattina camminando con il cane. 
E si passa dal bar dove ci sta la barista amica che fa il caffè buono e ha un pensiero anche per il cane. In fondo è domenica, passerà la maratona e arriveranno telefonate di amici ritrovati. Beh, quelli che trovi ad ogni campagna elettorale, i candidati. 
Intanto Jannacci canta in sottofondo "Io e te, che mangi le mie acciughe..:" 
Poi un'occhiata ai giornali e si scoprono notizie che inquietano, la bomba carta davanti al negozio del corniciaio non era della SCU, neppure del racket estorsioni. Pare sia stata messa da uno incazzato per una multa ricevuta per parcheggio in doppia fila.  Ecco, se penso che c'è chi vorrebbe dare armi a tutti mi viene un brivido lungo la schiena. Se per un parcheggio uno mette una bomba carta, avesse il pistolino a portata di mano sempre sarebbe strage. 
Intanto il sole si nasconde e si mostra a tratti, traffico scorre lento, come fa la domenica, e si pensa a come trascorrere la giornata. 

venerdì 9 febbraio 2018

CGIL, ARCI e ANPI si arrampicano sugli specchi a Macerata?


A Macerata un criminale, Luca Traini, militante della destra estrema, spara dall’auto contro alcuni immigrati. Fermato, scende dall’auto avvolto nel tricolore e facendo il saluto romano.
Subito le destra estrema e Salvini tentano di sdoganare il tutto come il gesto di un pazzo, cosa specularmente opposta sarebbe successa se a sparare fosse stato un immigrato, gli stessi che scendono in piazza (Forza Nuova e Casa Pound) per chiedere la liberazione del criminale, avrebbero urlato contro i terroristi, ma tant’è.
Il gesto non è stato di un pazzo, ma di una persona sicuramente esaltata, comunque contigua ed allevata nel brodo di cultura della destra estrema stragista e neonazista, la lunga mano di scelte che sono partite dal dopoguerra, dai servizi segreti deviati, dalle logge massoniche occulte, dai Pino Rauti e suoi sodali. Gli stessi che utilizzano persone sostanzialmente deboli come il Traini per compiere efferati delitti, per mettere bombe sui treni e nelle banche, colpendo nel mucchio, esattamente come succede per altri terrorismi ed altri terroristi. 
A fronte di questo gesto criminale, oltre che della rinascita troppo tollerata di movimenti che mitizzano ed inneggiano al fascismo ed al nazismo, a formazioni che, nonostante la Costituzione, hanno i loro simboli sulle schede elettorali, si è levata una protesta immediata e diretta di molti centri sociali e associazioni, la convocazione per sabato 10 febbraio di una manifestazione nazionale a Macerata, città del criminale Traini, fra queste, a garantire l’istituzionalizzazione della manifestazione e una presenza importante e vigile perché tutto si potesse svolgere in maniera corretta, senza eccessi, le importanti adesioni di ANPI, CGIL, e ARCI.
Romano Carancini, sindaco del PD di Macerata, a questo punto, forse tirato per la giacchetta da qualche telefonator cortese romano o toscano chiede di sospendere ogni manifestazione per evitare disordini nella sua città.
ANPI, CGIL e ARCI aderiscono alla richiesta ben sapendo che la mianifestazione si terrà egualmente senza i loro vessilli nazionali. Ci saranno, come ovvio sia, delegazioni di tutte e tre le sigle a titolo personale che mostreranno in questo modo il loro dissenso da una decisione così inconcepibile, inutile e dannosa per la democrazia stessa delle organizzazioni. E forse molte tessere iniziano a volare.
La domanda è infatti una sola : è plausibile lasciare la piazza senza un presidioo democratico ufficiale? E’ credibile un’organizzazione antifascista che si piega al volere di un sindaco di provincia non scendendo in piazza contro il fascismo in un momento in cui le destre estreme dilagano?  
Ed è plausibile farlo con un documento che dice chiaramente che il ministro Minniti, dello stesso partito del sindaco di Macerata, vuole vietare qualsiasi manifestazione, mettendo sullo stesso piano quelle fasciste da quelle democratiche ed antifasciste?

Per fortuna moltissimi tesserati delle tre organizzazioni rinunciatarie saranno a Macerata portando comunque la testimonianza di democrazia, purtroppo la mancanza delle segreterie sarà vissuta come abdicazione non tanto al cretinismo politico di un sindaco, piuttosto alle organizzazioni che fieramente urlano “Traini Libero”. E sicuramente verrà garantita una manifestazione pacifica pur se arrabbiata. Sempre ammesso che il caposceriffo da Roma, Minniti, non dia ordini diversi, come già fece un suo precursore tempo fa, si chiamava Giafranco Fini ed era in questura a Genova durante il famigerato G8.

giovedì 18 gennaio 2018

Panni stesi


Pellizza da Volpedo, Panni al sole, Olio su tela 87 x 131 - Coll. Privata. 

Ogni volta che vedo panni  che sventolano al sole, tornano ricordi di aie con lenzuola stese ad asciugare, di giochi a nascondino fra il bianco del tessuto, di mamme o nonne che si arrabbiavano (o fingevano di farlo) e ci dicevano di non sporcare la biancheria. Ogni volta che vedo panni stesi è una sensazione di leggerezza, di volo. Aquiloni che silenziosi e leggeri... Il volo, il sogno, l'andare oltre, scavalcare il presente sognando e ricordando. Leggerezza che avvolge come parole sussurrate guardando oltre il mare, come pensieri. Panni stesi, bianchi, un gatto poco più in là, coricato al sole, estati infinite... 



venerdì 12 gennaio 2018

Storia della bagna caoda

Interessante storia della bagna caoda pubblicata su:  www.cordola.it


STORIA DELLA BAGNA CAÖDA
Ogni piemontese almeno una volta nella vita ha mangiato la “bagna càuda”, nata tra le valli occitane e franco provenzali, per estendersi fino alle colline dell’Astigiano, Monferrato e Langhe. Pare che nel Nord Piemonte questo piatto sia arrivato molto più tardi a partire da metà 800. In tanti l’adorano, qualcuno non la sopporta e altri non la digeriscono, ma non ci sono dubbi: è probabilmente il piatto più caratteristico della cucina piemontese.
Aglio, acciughe e olio: sono questi gli ingredienti base della “bagna càuda”, con l’aggiunta di burro, latte e noci secondo le varie usanze locali. Questa salsa, simbolo della cucina piemontese, è il condimento ideale per le verdure nella stagione autunnale e invernale. Non c’è dubbio che per i piemontesi rappresenti un simbolo culturale importante, ma pensateci bene: gli ingredienti principali acciughe e olio non sono piemontesi. La sua storia affonda le radici nel periodo medievale e merita di essere approfondita e conosciuta, anche perché non si sta parlando di una semplice salsa, ma di un vero e proprio rito.
Aglio
Più che un piatto, è un rito conviviale dove i commensali attingono la salsa tutti insieme da un unico tegame di cottura in terracotta (ël fojòt), mantenuto in temperatura mediante uno scaldino di coccio riempito di braci. Oggi sono di uso comune appositi contenitori in terracotta costituiti da una ciotola a cui è sottoposto un fornellino per mantenere calda la salsa. Si consuma intingendovi vari tipi di verdure di stagione solitamente divise tra crude e cotte (specialmente cardi, cipolle cotte al forno, peperoni crudi o abbrustoliti, foglie di cavolo crude, cavolfiore, topinambur, barbabietole, patate cotte a vapore, ravanelli, rape e tante altre).
Come già detto, il Medioevo è l’epoca in cui questo condimento venne introdotto per la prima volta. Si tratta di un’usanza dei contadini piemontesi che avevano bisogno di mettersi al riparo dal freddo e dai malanni invernali: le principali testimonianze localizzano la nascita della “bagna càuda” nelle vallate occitane. Al contrario, i ceti più nobili non amavano particolarmente la ricetta, a causa della presenza eccessiva di aglio e la consideravano un cibo rozzo e inadatto ad una alimentazione raffinata.
La storia inizia al di là delle Alpi, in quelle valli del Rodano lungo le quali si snodavano le rotte commerciali battute dai mercanti sin dal Medioevo. Gli scambi fra la Provenza e le adiacenti valli piemontesi furono intensi e proficui, già allora, come dimostra il perdurare di certe peculiarità culturali e linguistiche, che spaziano dalla lingua occitana parlata ancor oggi in alcune zone di confine al tramandarsi di ricette e tradizioni, di cui la “bagna càuda” costituisce uno degli esempi più significativi.
La sua origine storica quindi risale alle celeberrime “vie del sale”, antichi percorsi utilizzati per trasportare merci prevalentemente dal mare verso l’entroterra.
Ingrediente fondamentale per la produzione e la conservazione degli alimenti, il sale arrivava nel Basso Piemonte dalla Provenza: troviamo attestazioni di questo commercio sin dal XII secolo, lungo la via del sale, un percorso articolato che univa le saline provenzali con Nizza Marittima, si ramificava nelle Valli Maira e Stura, si riuniva poi a Cuneo proseguendo fino ad Asti, dove poi il sale veniva smistato capillarmente in un vasto territorio.
Alla diffusione del sale è strettamente connesso anche l’approvvigionamento delle acciughe, pescate in grandi quantità nel mare e distribuite poi lungo le stesse rotte in barili di legno, alternate a strati di sale. Questo spiega la curiosa presenza di questo pesce nella gastronomia di una regione senza affacci sul mare: leggenda vuole che le acciughe venissero usate per coprire i barili di sale, un espediente per evitare di pagare i dazi doganali, altissimi su questo prodotto e più bassi sul pesce. Da lì la diffusione e, immediatamente dopo, il commercio. La guerra ai contrabbandieri del sale ha infiammato per secoli i sentieri fra il Ducato di Savoia e gli Stati confinanti. Verso la fine del Settecento il commercio del sale venne strettamente regolamentato rendendolo meno redditizio. Molti dei mercanti di sale allora si convertirono a derrate più semplici da smerciare, come appunto il pesce salato.
Quello che è certo è che le acciughe vantarono presto una categoria di venditori esclusiva, i montanari della Val Maira che, nella brutta stagione, andavano di porta in porta a proporre l’acquisto del loro prodotto, anche in modiche quantità (in Val Maira, a Celle di Macra, c’è persino un museo degli acciugai). Questo favorì una diffusione capillare dell’acciuga che divenne ben presto un complemento a molte pietanze, trasversale a tutte le case, dei ricchi come dei poveri.
Nel Cinquecento e nel Seicento i Piemontesi consumavano soprattutto olio di noci e nocciole. Si coltivavano anche le olive sulle colline di Acqui ma nel 1709 l’orrido gelo dell’inverno causò la morte di molti olivi e il graduale abbandono della loro coltivazione, ripresa ora negli ultimi anni da alcuni nuovi pionieri. Da allora anche l’olio d’oliva per la “bagna càuda” dovette arrivare da altri territori.
ël fojòt
In Piemonte oggi, la “bagna càuda” non è più un piatto cucinato solo nelle cascine contadine ma diffuso anche nei borghi e nelle città. Le varie associazioni culturali, ristoranti e trattorie locali organizzano a partire dai mesi di ottobre-novembre delle “bagne càude” che vedono la partecipazione di tanta gente. Lunghe file di fornelletti con cesti di verdure cotte e crude fanno bella mostra sulle tavolate ed un profumo di aglio si spande per tutta nell’aria. Anche nella lontana Argentina i discendenti degli emigranti Piemontesi mantengono vivo il nostro piatto tipico organizzando frequentemente degustazioni della “bagna càuda” cucinata secondo la ricetta tradizionale.
RICETTA BAGNA CÀUDA (La bagna càuda a la mòda dël Coindo ‘d Condòve)
Ingredienti: 150g di acciughe salate, 60g di burro, ½ litro di olio d’oliva, ½ bicchiere di latte, 3 teste d’aglio, 3 gherigli di noce.
Fate cuocere a fuoco basso nel latte l’aglio tagliato a fettine per 30 minuti. Raccogliete il burro in un recipiente di terracotta e fatelo sciogliere a fuoco bassissimo, poi unite l’aglio col latte rimasto, i filetti di acciuga (dopo averli puliti, diliscati e sminuzzati), l’olio di oliva, i gherigli di noce sminuzzati e fate cuocere a fuoco basso per circa 10 minuti (l’aglio non deve prendere colore), mescolando gli ingredienti con un cucchiaio di legno fino a ottenere una crema liscia color nocciola chiaro. La “bagna càuda” va servita su un apposito fornello che la mantiene caldissima anche a tavola. In essa ogni commensale intingerà principalmente verdure crude: cardi (dopo averli lasciati a bagno in acqua fredda acidulata con succo di limone), sedani, peperoni, foglie di verza, topinambur, cavolfiori, porri, cipollotti, polenta arrostita e crostini di pane.