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giovedì 18 gennaio 2018

Panni stesi


Pellizza da Volpedo, Panni al sole, Olio su tela 87 x 131 - Coll. Privata. 

Ogni volta che vedo panni  che sventolano al sole, tornano ricordi di aie con lenzuola stese ad asciugare, di giochi a nascondino fra il bianco del tessuto, di mamme o nonne che si arrabbiavano (o fingevano di farlo) e ci dicevano di non sporcare la biancheria. Ogni volta che vedo panni stesi è una sensazione di leggerezza, di volo. Aquiloni che silenziosi e leggeri... Il volo, il sogno, l'andare oltre, scavalcare il presente sognando e ricordando. Leggerezza che avvolge come parole sussurrate guardando oltre il mare, come pensieri. Panni stesi, bianchi, un gatto poco più in là, coricato al sole, estati infinite... 



venerdì 12 gennaio 2018

Storia della bagna caoda

Interessante storia della bagna caoda pubblicata su:  www.cordola.it


STORIA DELLA BAGNA CAÖDA
Ogni piemontese almeno una volta nella vita ha mangiato la “bagna càuda”, nata tra le valli occitane e franco provenzali, per estendersi fino alle colline dell’Astigiano, Monferrato e Langhe. Pare che nel Nord Piemonte questo piatto sia arrivato molto più tardi a partire da metà 800. In tanti l’adorano, qualcuno non la sopporta e altri non la digeriscono, ma non ci sono dubbi: è probabilmente il piatto più caratteristico della cucina piemontese.
Aglio, acciughe e olio: sono questi gli ingredienti base della “bagna càuda”, con l’aggiunta di burro, latte e noci secondo le varie usanze locali. Questa salsa, simbolo della cucina piemontese, è il condimento ideale per le verdure nella stagione autunnale e invernale. Non c’è dubbio che per i piemontesi rappresenti un simbolo culturale importante, ma pensateci bene: gli ingredienti principali acciughe e olio non sono piemontesi. La sua storia affonda le radici nel periodo medievale e merita di essere approfondita e conosciuta, anche perché non si sta parlando di una semplice salsa, ma di un vero e proprio rito.
Aglio
Più che un piatto, è un rito conviviale dove i commensali attingono la salsa tutti insieme da un unico tegame di cottura in terracotta (ël fojòt), mantenuto in temperatura mediante uno scaldino di coccio riempito di braci. Oggi sono di uso comune appositi contenitori in terracotta costituiti da una ciotola a cui è sottoposto un fornellino per mantenere calda la salsa. Si consuma intingendovi vari tipi di verdure di stagione solitamente divise tra crude e cotte (specialmente cardi, cipolle cotte al forno, peperoni crudi o abbrustoliti, foglie di cavolo crude, cavolfiore, topinambur, barbabietole, patate cotte a vapore, ravanelli, rape e tante altre).
Come già detto, il Medioevo è l’epoca in cui questo condimento venne introdotto per la prima volta. Si tratta di un’usanza dei contadini piemontesi che avevano bisogno di mettersi al riparo dal freddo e dai malanni invernali: le principali testimonianze localizzano la nascita della “bagna càuda” nelle vallate occitane. Al contrario, i ceti più nobili non amavano particolarmente la ricetta, a causa della presenza eccessiva di aglio e la consideravano un cibo rozzo e inadatto ad una alimentazione raffinata.
La storia inizia al di là delle Alpi, in quelle valli del Rodano lungo le quali si snodavano le rotte commerciali battute dai mercanti sin dal Medioevo. Gli scambi fra la Provenza e le adiacenti valli piemontesi furono intensi e proficui, già allora, come dimostra il perdurare di certe peculiarità culturali e linguistiche, che spaziano dalla lingua occitana parlata ancor oggi in alcune zone di confine al tramandarsi di ricette e tradizioni, di cui la “bagna càuda” costituisce uno degli esempi più significativi.
La sua origine storica quindi risale alle celeberrime “vie del sale”, antichi percorsi utilizzati per trasportare merci prevalentemente dal mare verso l’entroterra.
Ingrediente fondamentale per la produzione e la conservazione degli alimenti, il sale arrivava nel Basso Piemonte dalla Provenza: troviamo attestazioni di questo commercio sin dal XII secolo, lungo la via del sale, un percorso articolato che univa le saline provenzali con Nizza Marittima, si ramificava nelle Valli Maira e Stura, si riuniva poi a Cuneo proseguendo fino ad Asti, dove poi il sale veniva smistato capillarmente in un vasto territorio.
Alla diffusione del sale è strettamente connesso anche l’approvvigionamento delle acciughe, pescate in grandi quantità nel mare e distribuite poi lungo le stesse rotte in barili di legno, alternate a strati di sale. Questo spiega la curiosa presenza di questo pesce nella gastronomia di una regione senza affacci sul mare: leggenda vuole che le acciughe venissero usate per coprire i barili di sale, un espediente per evitare di pagare i dazi doganali, altissimi su questo prodotto e più bassi sul pesce. Da lì la diffusione e, immediatamente dopo, il commercio. La guerra ai contrabbandieri del sale ha infiammato per secoli i sentieri fra il Ducato di Savoia e gli Stati confinanti. Verso la fine del Settecento il commercio del sale venne strettamente regolamentato rendendolo meno redditizio. Molti dei mercanti di sale allora si convertirono a derrate più semplici da smerciare, come appunto il pesce salato.
Quello che è certo è che le acciughe vantarono presto una categoria di venditori esclusiva, i montanari della Val Maira che, nella brutta stagione, andavano di porta in porta a proporre l’acquisto del loro prodotto, anche in modiche quantità (in Val Maira, a Celle di Macra, c’è persino un museo degli acciugai). Questo favorì una diffusione capillare dell’acciuga che divenne ben presto un complemento a molte pietanze, trasversale a tutte le case, dei ricchi come dei poveri.
Nel Cinquecento e nel Seicento i Piemontesi consumavano soprattutto olio di noci e nocciole. Si coltivavano anche le olive sulle colline di Acqui ma nel 1709 l’orrido gelo dell’inverno causò la morte di molti olivi e il graduale abbandono della loro coltivazione, ripresa ora negli ultimi anni da alcuni nuovi pionieri. Da allora anche l’olio d’oliva per la “bagna càuda” dovette arrivare da altri territori.
ël fojòt
In Piemonte oggi, la “bagna càuda” non è più un piatto cucinato solo nelle cascine contadine ma diffuso anche nei borghi e nelle città. Le varie associazioni culturali, ristoranti e trattorie locali organizzano a partire dai mesi di ottobre-novembre delle “bagne càude” che vedono la partecipazione di tanta gente. Lunghe file di fornelletti con cesti di verdure cotte e crude fanno bella mostra sulle tavolate ed un profumo di aglio si spande per tutta nell’aria. Anche nella lontana Argentina i discendenti degli emigranti Piemontesi mantengono vivo il nostro piatto tipico organizzando frequentemente degustazioni della “bagna càuda” cucinata secondo la ricetta tradizionale.
RICETTA BAGNA CÀUDA (La bagna càuda a la mòda dël Coindo ‘d Condòve)
Ingredienti: 150g di acciughe salate, 60g di burro, ½ litro di olio d’oliva, ½ bicchiere di latte, 3 teste d’aglio, 3 gherigli di noce.
Fate cuocere a fuoco basso nel latte l’aglio tagliato a fettine per 30 minuti. Raccogliete il burro in un recipiente di terracotta e fatelo sciogliere a fuoco bassissimo, poi unite l’aglio col latte rimasto, i filetti di acciuga (dopo averli puliti, diliscati e sminuzzati), l’olio di oliva, i gherigli di noce sminuzzati e fate cuocere a fuoco basso per circa 10 minuti (l’aglio non deve prendere colore), mescolando gli ingredienti con un cucchiaio di legno fino a ottenere una crema liscia color nocciola chiaro. La “bagna càuda” va servita su un apposito fornello che la mantiene caldissima anche a tavola. In essa ogni commensale intingerà principalmente verdure crude: cardi (dopo averli lasciati a bagno in acqua fredda acidulata con succo di limone), sedani, peperoni, foglie di verza, topinambur, cavolfiori, porri, cipollotti, polenta arrostita e crostini di pane.

domenica 7 gennaio 2018

Grazie Valeria Mignone - Impegno costante contro il malaffare istituzionale e malavitoso

Solitamente non riporto articoli di altri giornali se non per citazioni, questo de Il Gallo lo copio e incollo integralmente perchè importantissimo per la storia e la memoria. Amministratori arrembanti, a volte collusi, hanno consentito che si facesse scempio del territorio appoggiando neppure velatamente "imprenditori" del malaffare. Riecheggiano nella memoria le frasi del criminale che, scoperto ad interrare tossico nocivi nei pressi di una scuola materna, al telefono diceva "i bambini? che muoiano". Occorre riprendersi la capacità di indignarci tutti quanti  con gli strumenti che abbiamo, con il voto in primis, con il controllo diretto sulle amministrazioni, evitando di dire "non nel mio giardino", perchè un danno fatto a Ugento è irreversibile per l'ambiente tutto. Un grazie sentito a Valeria Mignone per il suo impegno e per la testardaggine che le permette di parlare a viso aperto nonostante i muri di gomma sui quali vorrebbero farla rimbalzare. Ben sappiamo che quando un'indagine incontra la politica spesso tende ad impantanarsi, sappiamo come le collusioni fra malaffare e politica locale (e non solo) siano pregnanti, inquietanti. 

L'articolo de Il Gallo

Avete permesso che avvelenassero indisturbati mezzo Salento”

Grazie alla trascrizione integrale di Salute Salento riportiamo gli stralci più importanti dell’appassionato intervento del sostituto procuratore della Repubblica, Elsa Valeria Mignone che presso il Polo didattico della Asl, alla presenza dei sindaci, ha illustrato la situazione del Salento vittima di “operatori spregiudicati”, che hanno potuto operare indisturbati per la “disattenzione e la complicità di alcuni amministratori che avrebbero dovuto controllare”.
Sono contenta”, ha detto il Magistrato, “che quello che per lungo tempo è stato un allarme isolato della Procura della Repubblica e di pochi medici attenti a quello che avveniva sul territorio sia ormai condiviso. Ma vi dico anche oggi non c’è niente di immutato rispetto a quello che esisteva 20 anni fa. Mi sembra assurdo che oggi ci sia questo allarme diffuso perché il mio indagato principale da 20 anni (Gianluigi Rosafio) ci viene a dire che nella discarica di Burgesi sono stati scaricati 600 fusti. Io vi invito ad essere attenti”, ha detto rivolgendosi in particolar modo agli amministratori, “a prestare al territorio quell’attenzione che non è stata prestata per 25 anni. Scusate se ribadisco questo concetto: quello che c’è nella discarica Burgesi è noto da 25 anni. Da 25 anni la magistratura che in questo caso ancora una volta, consentitemi, ha esercitato un ruolo di supplenza rispetto a quello che doveva essere un ordinario controllo, ha accertato che quella discarica non veniva ben coltivata. Le discariche non ben coltivate è difficile poi che siano sanate. Uso questo termine, come un organismo. Un organismo che venga trattato male, che non venga curato nel corso della vita, in vecchiaia decade in maniera piuttosto rapida ed è difficile che possa in qualche modo essere sanato.  Una discarica non coltivata bene è una discarica che continuerà a produrre danni all’infinito. E mi sembra strano che proprio nel momento in cui dovevano essere pagati dei costi per la caratterizzazione del rifiuto e per la bonifica di una discarica mal coltivata il problema passi sulla collettività. Mi sembra strano che vi siano degli introiti per gli imprenditori che hanno sfruttato le discariche per 20 – 25 – 30 anni e al momento in cui devono pagare una parte dei costi, questi passino sulla collettività. Scusate, ma non c’è un contratto per la discarica? Qual è il contratto? Il Comune di Ugento ha stilato un contratto? Sono problemi che la magistratura non sa come gestire. Può fotografare lo stato di quella discarica ormai abbandonata da 20 anni dove ci sono presenza di ceneri radioattive, di ceneri importanti, ma non può imporre le bonifiche. Nel momento in cui doveva essere bonificata è subentrato un contratto rispetto a quello precedente e la bonifica è passata in carico alla collettività. Anzitutto io vorrei capire questo arcano. Com’è che i profitti siano delle imprese che gestiscono la discarica e i costi gravano sulla collettività?”.

“Disattenzione quando non complicità…”

Valeria Mignone non le manda certo a dire: “Sulla discarica di Burgesi l’imprenditore, a 30 anni di distanza dell’accertamento dei fatti, dice che sono sepolti 600 fusti contenenti Pcb.Questa è una questione generalizzata come è  generalizzata la frequenza sul nostro territorio di discariche che non sono state monitorate. La Procura lanciava il suo grido d’allarme per le ordinanze contingibili e urgenti degli anni ’90, grido di allarme rimasto inascoltato”, chiaro al riferimento ai primi cittadini del territorio, “ed ora in che cosa si è trasformato? In una minaccia seria per il territorio. Perché non c’è solo la Burgesi. Non dimenticate le discariche sotterrate sulla strada statale 275. Non è che la Burgesi produce il cancro e le altre non ne producano. Soprattutto perché abbiamo dimostrato che in quelle discariche non ci sono rifiuti assimilabili agli urbani, ma rifiuti speciali provenienti dalle industrie calzaturiere. Abbiamo le etichette delle industrie. Le discariche tombate che continuano a lavorare. Ci stiamo tanto focalizzando sulla Burgesi, ma il nostro territorio siede su una serie di discariche sotterranee. Il fatto che siano state scoperte queste sulla 275 è solo perché sono andata a controllare il percorso della 275. Quindi c’è stato un controllo penetrante e abbiamo scoperto che c’erano  queste discariche sotterrate . Ma questo non vuol dire che siano le uniche. Perché? Perché c’è stata disattenzione. Quando non diciamo una complicità. Perché ciascun amministratore, deve sapere che cosa c’è sul suo territorio. Ci sono stati fondi europei per la bonifica delle discariche. Ma le nostre non sono state neanche denunciate. Finalmente ci accorgiamo di non avere avuto per 30 anni attenzione sul territorio”.

Sotto la 275 “collanti, vernici… c’è di tutto!

Poi il monito agli amministratori: “Ogni sindaco deve sapere che fine hanno fatto quelle discariche che per anni sono state mantenute in piedi con ordinanze contigibili e urgenti. È necessario un vero e proprio lavoro di emersione per questi fenomeni… sotterrati. Quando gli operai lavoravano nel fotovoltaico su una delle discariche che era sulla 275 (l’unica che è stata messa in sicurezza perché l’impresa del fotovoltaico ha un interesse a sfruttare l’area e quindi a metterla in sicurezza)”, ha raccontato, “pensavano che sotto ci fosse l’inferno. Perché mentre lavoravano usciva il calore dei rifiuti che producono gas, biogas, con il percolato che scende nella falda. E che percolato è? Non di rifiuti solidi urbani o assimilabili, ma di collanti, vernici… c’è di tutto!”.

Conflittualità  fra eccessivo profitto dell’impresa e tutela dell’ambiente

Poi il Magistrato ha puntato il dito su “quella zona rossa (un’area compresa tra Galatina e Magliedove dovrebbe essere la ricaduta famosissima, forse anche dell’Ilva e quant’altro”. E utilizzando l’esempio dell’Ilva di Taranto chiarisce il suo pensiero totalmente condivisibile: “La contrapposizione non è fra posti di lavoro e tutela della salute, ma fra eccessivo profitto degli imprenditori e salutel’eccessivo arricchimento dei Riva ha prodotto il cancro. Dare posti di lavoro non significa che gli operai devono ammalarsi perché non vengono adeguati gli impianti,  perché non c’è prevenzione, anche interna dell’azienda. Quello che voglio dire è che l’impresa non spende nella prevenzione degli infortuni sul lavoro, non spende per garantire una migliore qualità dell’aria, per garantire che quelle misure legislativamente previste a protezione dell’ambiente siano adottate”. Quindi “la conflittualità è fra eccessivo profitto dell’impresa e tutela dell’ambiente”.

Cementifici, calcifici e quant’altro privi delle strumentazioni per la misurazione delle emissioni

La Mignone ha fotografato l’attuale situazione del Salento: “Ho cercato di valutare le emissioni sul territorio e ho chiesto alla sezione di Pg della Forestale di farmi fare un monitoraggio degli insediamenti produttivi. Ce ne sono una miriade. Il nostro inquinamento non è tanto quello di grossi impianti, ma di una serie di piccoli impianti sparsi sul territorio. Un esempio: le centrali a biomasse, i sindaci dicono sì, ben vengano. Bene, tutte le centrali a biomasse che hanno formato oggetto di indagine della Procura con consulenza, vanno a digestato (sottoprodotto di rifiuti pericolosi e speciali, Ndr), cioè  bruciano rifiuti. Quelle centrali a biomasse che vi mettete sul territorio, cari sindaci, sono insediamenti produttivi che però sono andati in Scia e in valutazione di impatto ambientale. Chi controlla? È possibile che il controllo sia riservato solo alla Magistratura? Ogni cosa che interviene sul vostro territorio deve essere monitorata. E che cosa sono andata ad individuare in insediamenti tipo cementifici, calcifici e quant’altro? Che nessuno di questi ha le strumentazioni per la misurazione delle emissioni. Addirittura non hanno nemmeno le scale che consentano di accedere alla misurazione…”.
Il Magistrato ha richiamato ancora i sindaci a controllare: “Mi pare di poter dire che la gente nel Salento muore di cancro ma come facciamo a capire perché se le fonti del male non sono censite? Se non sappiamo cosa succede sul nostro territorio?”.

“I trasformatori dell’Enel dismessi venivano portati ad Ugento”

La Mignone è tornata sulla questione Burgesi, “per fare chiarezza una volta per tutte: esce fuori questo inquinatore e dice quello che era stato già accertato non solo nel 2000 sulla discarica Burgesi, ma nel corso di tutti questi anni. Sappiamo da tempo che nella Monteco c’è il Pcb. A poco interessa sapere se sia quel Pcb che abbiamo trovato proveniente dai fusti o sia invece proveniente dal materiale particellare solido che in quella discarica scaricarono con un documento falso di un chimico che aveva attestato trattarsi di rifiuto solido urbano. Quindi formalmente e non in maniera occultata la discarica si è preso tutto il rifiuto particellare solido, tutti i rifiuti della filtrazione della Sea Marconi, un’azienda che aveva il brevetto per la de-alogenazione dei trasformatori dell’Enel. Questo vuol dire che tutti i trasformatori dell’Enel che altro non sono che rifiuto, venivano portati ad Ugento, ripuliti con questo processo di de-alogenazione e reimmessi. Però la Regione, all’epoca, decise che quello era un impianto di trattamento di rifiuti (un trasformatore di cui l’Enel si disfaceva, e secondo la direttiva europea è un rifiuto). Quindi non si è voluto sapere cosa che cosa fece la Sea Marconi, fino a quando gli imprenditori soccombenti rispetto al monopolio di questo imprenditore cardine, non ci hanno detto: guardate che tutti i territori da Acquarica, Ugento e Presicce, sono impregnati di rifiuti di quei processi di de- alogenazione. Qual è la novità? Quindi abbiamo la prima sentenza del 2000. I rifiuti stavano nelle zone di Acquarica, Ugento, Presicce, nella discarica abbandonata di Burgesi e nella Monteco. Le imputazioni sono andate per la maggior parte prescritte; all’epoca queste erano contravvenzioni e per fare un processo di questo genere, con fior fiori di avvocati, ci abbiamo messo 4 anni di perizie e controperizie. Però sono stati condannati per il danneggiamento che hanno procurato a quei terreni che sono stati bonificati, almeno per tutto ciò che era all’esterno della discarica Burgesi”.
E perché non intervenire sulla discarica? “Perché significava andare ad operare sull’unica discarica all’interno della quale venivano trattati i rifiuti. Quindi era una discarica attiva; era la discarica al servizio di molti Comuni e chiuderla…”.
Tornando su “gola profonda-Rosafio” la Mignone ci è andata ancora giù pesante: “A proposito di questo imprenditore che oggi dice che nella Burgesi ci sono i rifiuti: effettuava attività di trasporto, intermediazione e smaltimento di rifiuti prodotti dall’impianto di Sea Marconi residuati  dalla reazione di de alogenazione di materiale contenente Pcb, costituito da granulato. Prodotti della chimica fine e prodotti chimici non precisati altrimenti. In particolare materiale di infiltrazione contaminati da composti organici alogenati…”.
Ma nella discarica di Burgesi c’è dell’altro, “come confermano le indagini  nei confronti di quell’imprenditore che ha inquinato il Salento e che oggi è ritenuto attendibile e viene a parlarci di reati ormai prescritti. All’improvviso i Sindaci che, attenzione, a questo signore hanno continuato a dare appalti, nonostante fosse oggetto di indagini della Magistratura, hanno consentito di continuare a smaltire rifiuti anche attraverso altre imprese, l’ultima delle quali la Lombardi Ecologica, che operava nelle discariche con gli uomini e con i mezzi dell’imprenditore che inquinava, nei cui confronti, nel frattempo, c’era una misura interdittiva antimafia!”.
Se le amministrazioni non sono state sensibili a tutto questo”, continua nel suo j-accuse, “oggi non possiamo allarmarci perché abbiamo scoperto che nella discarica Burgesi c’è il Pcb. E nella Monteco di Ugento non ci troviamo solo Pcb. Il fatto che oggi il reato sia prescritto nei confronti di questo imprenditore-inquinatore non vuol dire che i reati non ci siano. Perché la Cassazione dice che il reato c’era e che in quei luoghi sono stati trattati rifiuti di tutti i tipi. Scarichi di rifiuti liquidi in aperta campagna e strade di pubblico transito, con smaltimento degli stessi all’interno della discarica Monteco di Ugento non autorizzata alla ricezione di rifiuti liquidi… effettuando prelievo dei reflui, talvolta pericolosi, da aggregamenti produttivi con successivo scarico degli stessi nella Monteco di Ugento: Mi chiedo dove fossero gli enti territoriali, dove fossero gli organi di controllo quando queste sentenze conclamavano questa realtà”.

“Costringiamo l’impresa a bonificare”

Poi il Magistrato si è rivolto ai sindaci per nulla tenera: “Oggi mi gridate al lupo, al lupo: non potete… è una morte annunciata quella del popolo salentino per la disattenzione del territorio. E allora non mi serve oggi andare a scavare nella discarica alla ricerca dei fusti.  Ma che mi interessa? Mi interessa sapere come deve essere bonificata. Mi interessa quello che deve essere fatto dall’impresa. La caratterizzazione del rifiuto e la bonifica è ricompresa per legge. Costi quel che costi. Perché sono loro che hanno inquinatoe questo non può gravare sulla collettività. È inutile allarmarsi, sono 30 anni che c’è questa situazione. E non succede solo a Burgesi, succede su tutto il territorio”.
Altra sferzata ai sindaci: “Le amministrazioni si sveglino, non può essere un compito delegato solo alla magistratura e alla Asl. La politica deve fare la sua parte, controllando quello che succede sul suo territorio. Non può gravare sulle spese della collettività quello che deve essere un risanamento, una bonifica contrattualmente prevista. Dopo di che se vogliono essere erogati fondi comunitari, regionali, ecc., per la bonifica…

“Ci hanno tolto persino le oloturie!”

Per Valeria Mignone “ben venga il monitoraggio dei pozzi, che è l’unico modo per conoscere qual è lo stato attuale del territorio salentino, qualunque siano state le cause. L’unica cosa che emerge per migliorare lo stato del territorio salentino è la prevenzione. Che deve essere un’azione sinergica. Quindi andiamo certamente a vedere da dove vengono i danni, cerchiamo di capire, ma può essere che non vengano solo da lì. Se pensiamo di fermare la falesia che crolla al mare con un’ulteriore cementificazione e con altro carico urbanistico… Dalla Grecia, per esempio, l’intermediatore si è asservito alle imprese locali per rastrellare il nostro mare dalle oloturie. Non c’è più un oloturia nei nostri mari. Evidentemente perché anche in Grecia sanno che controlliamo poco il nostro Salento, anche in mare. In tutto l’Adriatico il fenomeno ha interessato solo le coste salentine. Ci vorranno 50 anni per ricostituire quell’humus. Questo significa che quel mare va verso l’eutrofizzazione perché le oloturie attivano un ricambio del mare. Vi sono paesi senza fogna ma continuiamo a costruire villaggi. Non siamo in grado di garantire che tutto questo carico urbanistico non vada poi va a finire in mare. Nessuno verifica che i pozzi delle fogne funzionino. Che i pozzi delle ville non siano stati sfondati. Certamente non può essere un monitoraggio della magistratura. Aumenta il carico urbanistico, la produttività e nel frattempo il mare va a morire.
Allora”, conclude, “svegliamoci e prestiamo attenzione al territorio e a quello che succede. Spendiamo in termini sanitari (le cure del cancro gravano sulla collettività) quello che risparmiamo in misure di attenzione sul territorio non costringendo al rispetto della legge e delle misure di protezione dell’ambiente”.

venerdì 5 gennaio 2018

5 gennaio 1984 . la mafia uccide Pippo Fava

« Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. » (Giuseppe Fava)




Giuseppe Fava, conosciuto come Pippo, è stato ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984. Usciva dalla redazione del giornale antimafia che fondò "I Siciliani" ed i suoi sicari erano lì ad aspettarlo. Aveva raccontato di mafia, di intrecci con la politica, di malaffare nella sua Catania. Era nato il 15 settembre 1925. Fu giornalista, scrittore, regista, autore di testi di teatro, conduttore radiofonico. ( fonte - wikipedia)
I suoi sicari lo attesero all’uscita della redazione del giornale che aveva fondato e dirigeva, “I Siciliani”: così, il 5 gennaio 1984 veniva assassinato dalla mafia Pippo Fava. Il suo coraggio, il suo rigore etico e professionale, la sua insopprimibile esigenza di raccontare la verità lo avevano portato a rivelare gli intrecci (fino ad allora bollati come fantasie) tra mafia, politica e affari nella sua città, Catania.

giovedì 4 gennaio 2018

La rivoluzione del sacchetto di plastica ed altre amenità

Il 2018 inizia con una rivoluzione (manco a dirlo on line) e sui social. La rivolta del sacchetto a un centesimo di euro. Ammetto che pare una bizzarria dire “utilizzate sacchetti ecologici però li dovete pagare”, tuttavia le reazioni on line sono state veramente tragicomiche. Pagine e pagine di improperi, prese di posizione, minacce di rivolte e via dicendo. E’ vero quanto sosteneva Umberto Eco forse, quando diceva che il web ha dato:  «diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività»?
Anche perché l’evidenza dice che molti post sui social sono scritti con costosissimi smartphone. 
Comunque è bene ricordare che i sacchetti sempre si sono pagati, solo che prima il loro costo era spalmato nei prodotti ed ora è evidenziato in scontrino.
Ciò che fa specie è invece la virulenza e la tempestività di voci che arrivano da ogni dove e che non si occupano delle pensioni al minimo di 400 euro, di una sanità sempre più per privilegiati, del fatto che moltissimi italiani non vanno dal dentista perché non hanno i quattrini per farlo, dell’inquinamento e via dicendo. Ovviamente qualcuno dirà che ci si deve occupare di ogni problema e che questo è il modo di dire “il problema è un altro”, non penso le cose stiano proprio in questo modo, penso invece che si tratti di soppesare i problemi uno ad uno e non dare per scontato, per esempio, che le pensioni a 400 euro siano ovvie perché scontate, che i rifiuti interrati che causano cancro siano ineluttabili, che la plastica abbandonata nelle spiagge e nelle campagne sia il giusto prezzo da pagare al turismo.
Insomma, il web e i social dovrebbero essere momenti e opportunità per affrontare i problemi in modo complessivo e non impulsivo. 
Penso alla tristissima vicenda TAP, un gasdotto maledetto fatto passando sulla testa delle popolazioni locali, in un territorio fragilissimo che non ha necessità di opere faraoniche, invasive, un’opera che vede presidi permanenti di cittadini osteggiati da forze del disordine in assetto da guerra che nei fatti hanno militarizzato fette di territorio arrivando ad arrestare per una notte 50 manifestanti rei di passeggiare in campagna. Questa vicenda tuttavia non si dovrebbe affrontare dal solo punto di vista di difesa del territorio. A pochi chilometri, con la benedizione dell’amministrazione comunale di Otranto, della Provincia e della Regione, è previsto un gemello di TAP, il gasdotto Poseidon, fortemente voluto, all’epoca da Berlusconi per aiutare il suo amichetto Putin (quello del lettone n.d.r.).
Opera altrettanto invasiva sulla quale pare esserci una cortina di silenzio.
La domanda da farsi, oltre che la ovvia, scontata ed irrinunciabile difesa del territorio, è se non si debba finalmente parlare di come sostituire le fonti di energia fossile con altre ecologiche, compatibili con l’ambiente, pulite. E’ come superare la centrale a carbone più grande ed inquinante d’Europa, quella di Cerano che ha trasformato interi territori in gironi infernale di polvere di carbone, ha inquinato aria e falde, ha impedito la coltivazione di pregiati prodotti quali i carciofi. Il problema è di come superare le morti per cancro di Taranto, con un’industria, anche qui la più grande d’Europa, che ha nei fatti tagliato di netto la prospettiva di vita dei tarantini che si vedono ricattati dalla discussione se sia meglio avere un lavoro o crepare di polveri di ferro.
Abbiamo assistito in questo giorni ad una piroetta degna degli equilibristi del circo Togni, l’ha fatta per noi tutti il viceministro Teresa Bellanova. Ha convocato TAP e i lavoratori di BAT, industria manifattura tabacchi che ha lasciato a casa i lavoratori per palese incapacità amministrativa e per delocalizzare le produzioni, dicendo alla prima di assumere i lavoratori licenziati. Un modo stupendo di tentare di creare fratture tra le popolazioni che si oppongono a TAP,  e i lavoratori che hanno necessità di un posto di lavoro.
Tutto questo vale molto di più di un centesimo per un sacchetto di plastica. Ed è decisamente più dignitoso indignarsi per questi problemi, anche sui social.   



domenica 31 dicembre 2017

E vabbè, buon 2018

A fine anno di solito ci si dedica a bilanci, pensieri, proponimenti che puntualmente vengono disattesi. Banale dire che il 31 dicembre è solo il 31 dicembre, un giorno come un altro, solo che nell'immaginario diventa la fine e l'inizio di qualcosa di nuovo che nuovo non è. 
Comunque nel 2018 accadranno cose, in Italia si voterà e, a sentire i primi boatos della campagna elettorale, succederà che: 
pagheremo meno tasse, 
si lavorerà di più, 
saremo più ricchi, 
saremo sicuramente più belli. 
Chi promette flat tax, che è poi l'abbassamento verticale di tasse per i ricchi e la povertà per i poveri, addirittura anticostituzionale. Ma ben sappiamo che la Costituzione è un optional per molti. Qualcuno ha provato a stuprarla in due riprese, prima Silvio detto il breve, poi il Matteo da Firenze. E' andata loro malissimo.
Sicuramente ci saranno meno guerre in giro per il mondo (dicono), e l'Italia farà il suo dovere in merito proseguendo ad esportare armi ai paesi in guerra. 
Lotteremo strenuamente contro l'inquinamento da fonti di energia fossili costruendo nuovi gasdotti che passano in territori delicati e fragili e soprattutto passano sulla testa delle popolazioni locali che vorrebbero dire la loro sull'utilizzo del territorio e delle risorse. Ma il gas metano è una risorsa fossile o rinnovabile? Bah.
Nel nuovo anno saremo tutti più buoni, è vero. Molti sindaci verde vestiti faranno ordinanze nuove per impedire a volontari di offrire una tazza di latte caldo ai clochard, altri sindaci faranno panchine sulle quali sarà vietato sedersi per i non ariani e così via. La chiamano democrazia.
Nel nuovo anno alcune città saranno virtuose e faranno intravedere un futuro diverso, magari tortuoso, ma migliore, si azzereranno inutili opere poco dignitose per l'intelligenza (penso al filobus a Lecce),  si faranno piani traffico meno inquinanti, si favorirà la pedonalizzazione e la ciclabilità delle città. Alessandria pare vada in direzione ostinata e contraria a tutto ciò, ma ben sappiamo che la concezione di vivibilità deve rendere conto ai pacchetti di voti. L'automobilista e il commerciante che vuole le auto in pieno centro valgono alcune centinaia di voti in più delle persone che hanno una visione democratica e intelligente del bene comune.
Sicuramente non muterà il comportamento di chi parcheggia in doppia fila o sugli scivoli per carrozzine, però lo faranno in modo virtuoso: mettendo le quattro frecce che, come noto, significano "torno subito", non certo "luci di emergenza" come dice il codice della strada che è un optional, un fardello inutile quando non dannoso.
Nel 2018 sicuramente si scriveranno altre centinaia di libri, molti ne usciranno sul cinquantesimo del '68, molti analisti analizzeranno, storici storicizzeranno,  molti diranno "formidabili quegli anni", altri molti diranno che furono una sciagura. Ce ne faremo una ragione. 
Molti libri si scriveranno, molti di meno saranno letti. 
Insomma, un anno esattamente come molti altri già visti e passati. Rimarrà solo il rammarico di invecchiare inesorabilmente e un pensiero: chi muore a capodanno non muore più per tutto l'anno.
Buon 2018 a tutti!

giovedì 28 dicembre 2017

Nicholas Winton, l'uomo che salvò 669 bimbi dall'olocausto

Nicholas Wertheim nacque a Londra il 19 maggio 1909, assunse poi il cognome di Winton, e morì a Maldenhead il 1 luglio 2015.
Di origini ebree decise, nel 1939, di andare a Praga proprio quando iniziavano le deportazioni degli ebrei. Nicholas immediatamente si diede da fare, riuscì a salvare 669 bambini organizzando viaggi in treno verso la Gran Bretagna e trovando loro famiglie accoglienti. Otto treni riuscirono nell'intento, il nono non riuscì a partire per l’inizio della seconda guerra mondiale.
Questo lavoro di Nicholas rimase sconosciuto fino al 1988, non ne parlava con nessuno, per il semplice fati che era convinto di aver fatto ciò che doveva, né più, né meno. Nessun eroe sa di essere eroe. E nel 1988 la moglie Greta mettendo a posto carte in una soffitta trovò i registri con i nomi, le date, le destinazioni dei bimbi salvati da Nicholas. Quei fogli vennero consegnati ad un giornalista della BBC, Nicholas venne invitato alla trasmissione come ospite fra il pubblico. Solo ad un certo punto uscirono i diari e dal pubblico partì un vigoroso applauso, tutti si alzarono, solo Nicholas rimase di stucco, non comprendeva. Quel pubblico era composto dai bimbi salvati o dai loro discendenti. Nel 2010 venne nominato in Inghilterra “eroe britannico dell’olocausto”. Non è fra i giusti delle nazioni in Israele in quanto ebreo, questo riconoscimento viene attribuito ai non ebrei.


giovedì 21 dicembre 2017

Disabilità e diritti. Intervista con la dottoressa Chiara Rotundo


Chiara Rotundo
Chiara Rotundo è una giovane neo laureata in scienza della comunicazione all'università del Salento. Nella sua tesi  ha trattato dei diritti umani e disabilità.
Chiara è diversamente abile, come preferisce definirsi.
I diritti umani sono un prodotto storico, come scritto sulla tesi, infatti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e via via fino alla convenzione ICF (Classificazione internazionale del funzionamento disabilità e salute) del 2001, molti passi avanti sono stati fatti nelle varie legislazioni nazionali e nel superamento della parola handicappato che è riduttiva e invita a pensare a comportamenti meramente assistenzialisti, per giungere alla più completa e complessa definizione:  diversamente abile che rende l’idea di abilità coniugate in modo diverso, comunque presenti.
Per quanto ci riguarda più direttamente, la Costituzione Italiana parla di diritti inviolabili, ed è del 1975 la Dichiarazione ONU dei diritti dei disabili, ratificata dall'Italia  nel 2009.
Proprio l’Italia come legislazione è avanzatissima, i diritti fondamentali quali: istruzione, lavoro, formazione professionale, abolizione delle barriere architettoniche, gestione dei servizi, vita sociale, sono ben delineati ed espressi nelle leggi vigenti. Tuttavia esiste un gap di non facile soluzione, non sempre le leggi vengono attuate puntualmente, anzi, moltissimi sono i ritardi e le mancanze, anche la concezione del disabile come bisognoso solo di assistenza è dura da cambiare.
Dove le opportunità esistono i risultati sono evidenti, gli studenti con disabilità iscritti all'università sono passati da 5.947 dell’anno 2001/2002 ai 11.407 del 2006/2007. Dati che debbono aiutare a riflessioni e pianificazioni diverse, forse più coraggiose.
Stiamo parlando di una fetta molto consistente della popolazione, nel mondo si contano 650 milioni di diversamente abili, in Italia 5.800.000, il 10% della popolazione. Di questi il 50% vive in famiglia o in istituti. Un altro dato sensibile è che dei disabili in Italia l’80% ha un’età superiore ai 65 anni, il 17% fra i 15 e 64 anni. Questi numeri impongono un ripensamento dei servizi resi, “oltre all'inserimento al lavoro delle persone attive, non si possono trascurare i servizi assistenziali e sociosanitari dei non attivi” come leggiamo nella tesi.
Troppo spesso per distrazione o altri motivi non facciamo caso ai mille problemi che ci stanno attorno, per questo comprendere è importante, ascoltare, parlare. E noi con la dottoressa Chiara Rotundo abbiamo parlato della sua tesi, del suo modo diversamente abile di vedere la vita.

Handicappato, disabile, diversamente abile. Negli anni le definizioni sono state diverse

Il disabile e l’handicappato sono persone definite come bisognose di assistenza, la cosa è riduttiva e tutto sommato inquietante, il termine corretto è diversamente abile non in senso dispregiativo. Siamo persone con abilità coniugate in modo diverso, noi possiamo camminare da soli, possiamo vivere, lavorare, studiare, abbiamo necessità solo di strategie alternative sensibili alle nostre individuali disabilità, quello che chiediamo è un’integrazione più completa, che tenga conto delle nostre potenzialità. Il diversamente abile arriva a traguardi simili a tutte le altre persone, solo che lo fa con strumenti e strategie diverse.

Come leggo nella tua tesi, in Italia dagli anni ’70 del novecento si è iniziato a prendere coscienza del problema.

Solo nel 2001 in realtà si parla dei disabili come risorsa, prima, dagli anni ’70 appunto, si diceva di assistenza e basta, solo dopo si parlò dei diritti, dell’aspetto sociale oltre che clinico. Prima si pensava che il disabile non potesse arrivare a raggiungere alcuni traguardi. Solo dal 2006, per fare un esempio, sono state aperte le iscrizioni alle università, e questo è stato un passo avanti importantissimo.

Quindi possiamo dire che il percorso è avviato

Certo, solo che tutto procede troppo lentamente. A livello universitario l’integrazione c’è stata, è vero, tuttavia vivendola dall’interno posso dire che moltissimo è ancora da fare. Occorre diminuire la burocrazia ed aumentare la coscienza, anche  dei genitori e degli studenti stessi. Molto spesso i genitori sono ancorati a visioni assistenziali e tendono ad essere iperprotettivi con i figli diversamente abili, personalmente non ho avuto problemi, la mia carriera scolastica (Chiara ha frequentato lo scientifico biologico all’istituto Deledda n.d.r.) mi ha insegnato ad accettare la mia disabilità, soprattutto a non avere timori, a rivendicare diritti, tuttavia molti nella mia condizione si sentivano e purtroppo si sentono inferiori e forse si sentono pesi per la società.

I rapporti con gli altri tuoi coetanei sono stati buoni?

Sempre belli, anche se a volte difficili. Il cammino che dobbiamo compiere è imparare a fare da soli, soprattutto a non aver timore di chiedere aiuto quando occorre, sia ai compagni che  alle autorità. Diritti e doveri per tutti, anche per noi. I programmi dovrebbero essere fatti in relazione all'inclusione con gli altri ragazzi.
Purtroppo a volte la burocrazia è deprimente, per gli ipovedenti, giusto per fare un esempio che mi ha toccato da vicino,  per tutto il periodo dei miei studi e nonostante richieste reiterate, ancora l'ASL non ha fornito  il videoingranditore che avevamo chiesto da anni, la burocrazia è avvilente, lunga e spesso né i genitori né i ragazzi sono a conoscenza dei loro diritti. Per avere testi leggibili con agilità ognuno deve pensare per conto proprio a fotocopiare, ingrandire, facilitarsi la vita. Anche il servizio di tutoraggio all'università ha delle lacune, per laurearmi l’ho utilizzato pochissimo perché le ore di affiancamento non sono sufficienti, tutto ciò nonostante l'impegno costante dei tutor. 

Nella tesi comunque dici che in Italia le leggi rispetto ai diversamente abili sono all'avanguardia.

E’ vero, se pensiamo che negli anni ’70 non c’era inclusione alcuna nelle scuole, ora vediamo risultati e comportamenti diversi. In Italia siamo il 10% della popolazione, oltre 5.800.000- Però parliamo di legislazione, l’attuazione delle norme è ancora in alto mare.

Parliamo di Lecce, la città come risponde rispetto ai vostri problemi?

Le barriere architettoniche sono troppe, la mia disabilità non è gravissima, io riesco a muovermi, a prendere i mezzi. Lo faccio, sia pure con difficoltà.  Il trasporto pubblico a Lecce per noi è al Far West. Mezzi senza pedane, passaggi troppo rari. Questo e la mancanza di consapevolezza fanno si che il diversamente abile si senta emarginato, perché bisognoso di assistenza anche per percorrere con la carrozzina un banale marciapiedi.

Secondo te l’amministrazione comunale ha consapevolezza dei problemi dei diversamente abili?

Fin’ora molto poca purtroppo. Avevo scritto tempo fa alla passata amministrazione, ma risposte non ne ho avute. Ho commesso l’errore di non protocollare la lettera, è vero, però non ho ricevuto risposte. Io sarei disponibile a incontrare chi amministra e se serve anche a collaborare, parlarne.

Quali priorità chiederesti di affrontare?

La manutenzione della città e il discorso dei trasporti. Sarebbe importante avere marciapiedi percorribili, più corse dei bus urbani. Se è vero che i cittadini leccesi non utilizzano il mezzo pubblico, altrettanto vero è che c’è carenza degli stessi.
In occasione della candidatura di Lecce a capitale della cultura 2019 c’è stata l’apoteosi dell’ipocrisia, c’era una Lecce di facciata da presentare al mondo, piccoli bus urbani che giravano come fossero circolari, era bello, poi sono spariti nel nulla.

Parliamo di inserimento al lavoro

 Altro problema, ogni volta che presento un curriculum mi si dice che mi mancano esperienza e formazione. Però se non mi danno possibilità di fare esperienza e le aziende o le amministrazioni pubbliche non si mettono a disposizione per corsi di formazione, è un  cane che si morde la coda.
Inoltre la chiamata per i diversamente abili è soprattutto numerica, se un’azienda deve assumere  due disabili raramente tiene conto delle peculiarità e delle capacità individuali. Esiste, è vero, lo sportello “diversità lavoro” però non fornisce strumenti idonei.
Ecco il ruolo delle amministrazione pubbliche  potrebbe essere anche quello di pensare a sportelli che mettano in rete richieste e domande, soprattutto che informino sui diritti individuali.

Come vedi il tuo futuro?

Diciamo che sono positiva con cautela. Ci sono pochi concorsi, teniamo conto che il diversamente abile non può spostarsi agilmente. E i pochi concorsi sono fatti con strumenti non adeguati. Purtroppo finita la scuola il disabile viene di nuovo gestito dalla famiglia e basta. In altre realtà, in altri contesti cittadini, i disabili trovano lavori diversi, penso a ristoranti e altro. Qui in meridione la città e le amministrazioni pubbliche sembrano non curarsi del problema. Ribadisco a costo di essere ripetitiva, noi non abbiamo bisogno di sola assistenza, vogliamo attenzione e il diritto di costruire la nostra indipendenza nella nostra città.




mercoledì 13 dicembre 2017

Gelidicio... mi mancava

E va bene, lo scempio della lingua italiana prosegue imperterrito, e i giornali ci sguazzano. Dopo il terrificante “femminicidio”, dopo “la sindaca” “l’assessora” (un pedriatra maschio ha fatto mettere sulla targa Dott. Tal dei Tali PEDIATRO), ora siamo di fronte al “gelicidio”. Ovviamente alcuni puristi giustificano dicendo che stillicidio su dice ecc. ecc. tuttavia l’uso comune della lingua italiana porta in altra direzione. Se assisto ad un incidente fra due auto non parlo di “tentato auticidio” ma di tamponamento. Se pesto inavvertitamente il frutto lasciato da un cane non parlo di merdicidio e così via.
Comunque aspettiamo i botti di capodanno e se qualcuno si farà male con i petardi parleremo di petardicidio e basta. Olè.
Leggendo i giornali apprendo che Di Maio propone la chiusura festiva dei negozi e (spero) dei centri commerciali durante almeno sei festività l’anno. Proposta assolutamente condivisibile per una serie di motivi. Innanzitutto consentire a chi lavora in quei luoghi una pausa e di riprendersi la vita almeno in parte. In secondo luogo consentire alle famigliole che portano i bimbi la domenica al centro commerciale a vedere, come si diceva un tempo, “quelli che mangiano i gelati” e tutte le belle lucette accese, di riprendersi un po’ e magari fare quattro passi all’aria aperta.
Fino agli anni ’70 del secolo scorso le domeniche i negozi erano chiusi e nessuno moriva di fame per mancanza di panetterie aperte. Quello che è invece disarmante è il “dibattito” sui social che sempre più si dimostrano palestra di stupidità. I fautori del “sempre aperto e chi se ne scatafotte dei commessi” non esitano a paventare anche la chiusura degli ospedali, delle stazioni e via dicendo. Questi intelligentoni non sanno distinguere fra un servizio essenziale e una panetteria, fra un pronto soccorso e il macellaio. Per questi “signori” acquistare la fettina di lonza di maiale la domenica alle 16,30 è  importante quanto trovare una guardia medica funzionante.

Personalmente non voto cinque stelle, però una proposta decente tale rimane, anche se la fa un grillino, e che diamine.  

sabato 9 dicembre 2017

9 dicembre 1888 - Nasce "l'apparecchiatura di calcolo"

Il 9 dicembre 1888 Herman Hollerith installa la sua "apparecchiatura di calcolo" al dipartimento di guerra degli U.S.A. - La Macchine era stata inventata per calcolare velocemente i risultati del censimento della popolazione. Era a schede perforate:

La macchina tabulatrice di Hollerith

"Ogni scheda rappresentava delle risposte (per esempio "maschio" poteva essere rappresentato da una perforazione e "femmina" dalla mancanza di perforazione), usando un particolare codice (chiamato "codice Hollerith"); la macchina era collegata ad un circuito elettrico, che veniva acceso o spento a seconda della presenza o meno dei buchi nelle schede (che avevano la stessa forma di una banconota da un dollaro, per agevolare i depositi).La macchina tabulatrice aveva come base l'idea delle schede perforate di Charles Babbage, ma in questo caso le schede non specificavano il programma, bensì gli input e gli output.
In particolare, una scheda era divisa in 288 zone che rappresentavano i dati anagrafici. Per decodificare queste informazioni, si sovrapponeva in ogni scheda un apparecchio con una batteria di aghi retrattili, che in assenza di perforazione venivano fermati dal cartoncino, altrimenti l'ago finiva in una vaschetta piena di mercurio, chiudendo il circuito. La corrente passava in un filo, azionando un relè , che faceva avanzare di uno scatto uno dei 40 contatori (i contatori servivano per registrare le diverse risposte di un utente)" (wikipedia).

Hollerith è stato il fondatore della IBM.