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lunedì 21 agosto 2017

San Cataldo e Frecce Tricolori

San Cataldo e frecce tricolori. E va bene, passata la buriana delle frecce tricolori. Io ci sono andato e mio malgrado ho utilizzato i mezzi pubblici. Al di là della manifestazione in sé, sicuramente bella da vedersi, e certamente con piloti iper addestrati, quanto a parer mio inutile parata di mezzi che, più che le acrobazie, richiamavano alla memoria la guerra. Aerei d’epoca (prima guerra mondiale), più recenti (seconda guerra mondiale) ed attuali. Elicotteri buoni di salvataggio, altri cattivi decisamente da guerra. Una dimostrazione muscolare più che acrobatica.
Al di là di questo è indispensabile parlare dell’organizzazione. Ottima la scelta dell’amministrazione Comunale di costringere all’utilizzo dei mezzi pubblici (gratuiti) come navette Lecce / San Cataldo. “Una bella opportunità” mi diceva un giovane che aveva diligentemente lasciato l’auto in città. Pessima però la gestione SGM del flusso di persone. Se all’andata i bus hanno trasportato qualche migliaio di persone nell’arco di 4 ore, qualunque scolaretto delle elementari avrebbe capito che al ritorno le stesse persone non sarebbero state scaglionate ma ammassate alla fermata. Quindi era indispensabile moltiplicare i bus. Poi abbiamo saputo che uno si è rotto (i filobus però vanno bene, per carità, viaggiano sempre vuoti) ed un altro ha forato. Incidenti che avrebbero presupposto l’immediato cambio di mezzi, evidentemente obsoleti e con manutenzione approssimativa.
Così non è andata, i bus erano pochi e l’attesa esasperante. A tutto ciò dobbiamo aggiungere l’inciviltà di molte persone che, pur se arrabbiate, non avevano diritto alcuno di prendere a pugni i mezzi pubblici e di sgomitare per passare davanti a bimbi o mamme con il passeggino. E’ stata accolta con un applauso la polizia NON in assetto antisommossa come qualcuno, il solito imbecille, sta dicendo. Erano in divisa e si limitavano a rendere meno incivile l’assalto ai mezzi che arrivavano con il contagocce.
A questo aggiungiamo l’assenza di funzionari SGM che desse informazioni sulle fermate, sul capolinea ecc. Tanto è vero che gli autisti in un primo momento aprivano le porte dove vedevano persone (troppe) che assalivano all’arma bianca il mezzo disponibili a passare sul cadavere di chiunque.

In sostanza, manifestazione che poteva essere evitata per non dare sfoggio di armamenti, gestione SGM che dire improvvisata ed inadeguata è solo voler minimizzare, e inciviltà troppo diffusa sono state la cifra della giornata infausta di domenica 20 agosto 2017.

venerdì 18 agosto 2017

19 agosto 1936: Garcia Lorca viene fucilato

Federico del Sagado Corazon de Jesus Garcia Lorca, nato a Fuente Vaqueros il 5 giugno 1898, venne fucilato dai franchisti il 19 agosto 1936, nei pressi di Viznar.
Garcia Lorca, nel 36, lasciò Madrid per andare a salutare suo padre. Con il cognato, sindaco socialista di Granada, venne arrestato. Colpevole di essere socialista, omosessuale e massone, venne fucilato ed il suo corpo sepolto in una tomba senza nome mai trovata, a Fuentegrande de Alfacar. 
Nel 2016 il giudice argentino Maria Romilda Servini, accetta la denuncia dell'Associazione per il Recupero della Memoria Storica e indaga sulla morte del poeta per: crimine contro l'umanità. 

Notturno

Ho tanta paura
delle foglie morte,
paura dei prati
gonfi di rugiada.
Vado a dormire;
se non mi sveglierai
lascerò al tuo fianco
il mio freddo cuore.

Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!

Ti cinsi collane
con gemme d'aurora.
Perché mi abbandoni
su questo cammino?
Se vai tanto lontana
il mio uccello piange
e la vigna verde
non darà vino.

Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!

Non saprai mai
o mia sfinge di neve,
quanto
t'avrei amata
quei mattini
quando a lungo piove
e sul ramo secco
si disfa il nido.

Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amore mio!

venerdì 11 agosto 2017

Il Salento è un'isola!


Come si evince dal disegno e dall’articolo su corriere.it,  nel 2100, secondo la ricostruzione del disegnatore Martin Vargic, alias, Jay Simons, l’Italia sarà parzialmente inondata dal mare. La causa sarà il riscaldamento globale del pianeta che fa sciogliere i ghiacciai ed aumentare il livello dei mari.
Secondo questa ricostruzione Lecce sparirà sotto il mare con Nardò e parte del Salento. Rimarrà fuori il capo di Leuca che diventerà isola.
Detto per inciso, invito gli abitanti di Alessandria ad attrezzarsi, pare infatti che la città sarà meta di turismo balneare. Anche Solero, a occhio e croce, diventerà spiaggia lambita dal mare.
Ma torniamo al Salento. Da tempo sostengo che Lecce ed il Salento leccese hanno le caratteristiche di isola. L’Italia attuale, quella pre alluvione per intenderci, è lunga e stretta, se si parte dall’estremo nord si può passare in ogni città per raggiungere il capo di Leuca. Si può passare da Firenze, Venezia, Bologna, Roma e via dicendo, anche solo per un saluto. E si può passare anche da Brindisi. A Lecce però non si passa, ci si deve voler venire. Occorre la caparbia determinazione nel volerlo fare ad ogni costo, esattamente come nelle isole. Da questo punto di vista il Salento leccese può essere considerato isola. Dell’isola ha molti paralleli: accoglienza, curiosità nel voler capire e sapere, profonda conoscenza e rispetto della sua storia, il sentirsi “altro”, né superiore né inferore, semplicemente “altro”. A volte questo sentirsi altro provoca distacco, ma non è il sentimento prevalente. C’è molta ammirazione (spesso mal riposta) per quanto esiste oltre l’oltre, oltre i confin idell’isola.  Tuttavia amministratori arrembanti contribuiscono non poco a far sì che questa terra venga deprezzata. Cementificano ovunque, qualcuno vuole briatorizzare le coste, altri vogliono far passare tubi di gas nelle spiagge più belle, sono preda di corruzione e via dicendo. Ci sono anche amministratori illuminati però, e non sono pochi.
E nell’isola arrivano i turisti, Briatore ha colonizzato un pezzo di Sardegna, vuole farlo con un pezzo di Salento e portarsi appresso quelli che fingono di ballare la pizzica nelle piazze (ah i sabaudi invasori) e si muovono esattamente come in qualunque discoteca del regno, pardon, della Repubblica. Ignari della storia delle tabacchine e delle tarantate, ignari della storia tout court. Ballano felici e ridenti sulle parole tristi di Kalinifta quando dice:

Le stelle da lassù mi guardano
e con la luna bisbigliano di nascosto
e ridono e mi dicono: "al vento
butti le canzoni, sono perdute".
Buonanotte! Ti lascio e fuggo via
dormi tu che io sono partito triste
ma ovunque io andrò, vagherò, starò,
nel cuore sempre te io porterò.

Ricordo una volta in Sardegna, stavo per imbarcarmi sul traghetto verso Genova ed un conoscente mi disse: “stai andando in Italia?”. Altro da sé, verrebbe da pensare. Le isole sono territori competamente circondati dal mare, poi ci sono persone che sono isole vere e proprie, soli, circondati dalle loro vite, dalle loro solitudini.
Sono isole quelli che camminano guardando lo smartphone,  isolati nella loro solitudine nascosta da finti rapporti con il mondo intero. Interconnessi sempre, il problema è : con chi? Anche loro, se li vuoi contattare, devi conquistarli, come il Salento, accanto a loro forse passi, ma non entri in contatto neppure con uno sguardo, non ne hanno il tempo e la voglia, loro debbono “comunicare”. E vale per giovani e meno giovani, pare una follia collettiva.
Il salentino invece no, ti aspetta con ansia, poi magari bestemmia per il caos, ma questo è altro discorso. Lui sa che chi arriva spesso vuole conquistare, più spesso vuole imparare, capire, sapere, curiosare fra gli ulivi e il profumo di finocchio selvatico. E vuole lasciarsi andare in un mare che parla, come si fa nelle isole.
Le isole, come il Salento, hanno il fascino dell’essere fuori dal mondo, ce ne accorgiamo camminando fra palazzi baronali e chiese barocche, quando i turisti non affollano le strade, e sentiamo i silenzi dei paesi e delle campagne, isole dove falchetti volano alti e dove trovi mare e terra arsa e rossa, o il contadino con l’Apecar che vende prodotti coltivati nel suo orto. Isole sono gli artisti che volevano cambiare il mondo e trovano qui, in fondo al tacco d’Italia, nel finibus terrae, una ragione di vita fra poesie e dipinti. E la luce che pervade e invade, si insinua fra case cadenti e palazzi baronali disabitati e illumina Sant’Oronzo sulla sua colonna. Isole a altre isole.
Isole sono i selfisti, quelli che si fotografano da soli isolati nel loro sorriso “un po’ così”, che subito dopo l’autoscatto sparisce per lasciare spazio solo ad un muso tristanzuolo e solo, “un po’ così”.
 



  

venerdì 4 agosto 2017

4 agosto 1974 Strage dell'Italicus. Senza colpevoli!

La notte fra il tre e il quattro agosto 1974 una bomba esplose nella quinta carrozza del treno "Italicus" Roma/Monaco di Baviera. 

Nell'attentato morirono 12 persone (alcune per l'esplosione, altre arse vive dall'incendio) e altre 48 rimasero ferite.
La strage avrebbe avuto conseguenze più gravi, si ipotizza anche nell'ordine di centinaia di morti, se l'ordigno fosse esploso all'interno della Grande galleria dell'Appennino, Cosa che accadde puntualmente il 23 dicembre 1984 con la Strage di Natale. 
Nelle inchieste e nei processi uscirono i nomi del gotha del neofascismo e della loggia P2 di Licio Gelli, tutte le sentenze che si susseguirono portarono all'assoluzione a vario titolo di tutti gli imputati. La strage dell'Italicus, praticamente, non esiste nè è mai esistita, come quella di Piazza Fontana e troppe altre. e chi ne sapeva molto è morto per vecchiaia, pensiamo a Andreotti, a Cossiga e a tutti quei politici che si portarono nefasti segreti nella tomba. 

In una della tante sentenze, più precisamente quella d' appello del 1986, alla p. 301 si legge:

« È notorio che il 1974 fu caratterizzato dal referendum popolare sul divorzio, preceduto da una campagna elettorale aspra e radicalizzata che contrappose in modo netto due schieramenti. In primavera, nel momento di maggiore tensione, iniziò una serie di attentati terroristici, via via sempre più gravi, rivendicati da Ordine Nero. In Toscana, il 21 aprile, si ebbe l'attentato di Vaiano, primo attacco alla linea Ferroviaria Firenze-Bologna. Seguì a Brescia la gravissima strage di Piazza della Loggia, poi a Pian del Rascino la sparatoria cui perse la vita Giancarlo Esposti, il quale – secondo quanto Sergio Calore avrebbe appreso dal Signorelli, dal Concutelli e dal Fachini  era in procinto di recarsi a Roma per attentare alla vita del presidente della Repubblica, colpendolo spettacolarmente a fucilate durante la parata del 2 giugno. Può pensarsi che ognuno di questi fatti fosse fine a se stesso? Gli elementi raccolti consentono di dare una risposta decisamente negativa. Gli attentati erano tutti in funzione di un colpo di Stato previsto per la primavera-estate ‘74, con l'intervento «normalizzatore» di militari in una situazione di tensione portata ai grandi estremi. E valga il vero. »

mercoledì 2 agosto 2017

2 agosto 1980 - Bologna


Bologna, sabato 2 agosto 1980, una bomba alla stazione provoca la morte di 85 persone.
Di chiarissimo stampo fascista, la strage vide, solo nel 1995, condannati Mambro, Fioravanti e Ciavardini i quali si proclamano innocenti di tanto scempio. Oggi, 2017, nulla sappiamo dei mandanti. L'unica certezza la diede Cossiga prima di morire: "mai sapremo la verità sulla strage di Bologna" disse.  Avessero parlato almeno lui e Andeotti...

domenica 30 luglio 2017

Omofobia a San Foca?

San Foca (Lecce), terra di emigranti, quelli che a Torino si scandalizzavano per il cartelli "non si affitta a meridionali". 

“non si accettano persone che aderiscono alla ideologia gender e coppie omosessuali anche se unite con rito civile”

Questo annuncio campeggiava in bella mostra in un sito di affitti vacanze nella ridente località Salentina. Dietro vibrate proteste di ARCIGAY il sito ha rimosso l'annuncio e, ovviamente, bloccato l'inserzionista che non potrà più pubblicare in quelle pagine. 
Come fa notare in un post l'amico giornalista Danilo Lupo : È chiaro anche che la pretesa di escludere gli ospiti in base alla presunta "ideologia gender" è ridicola. Il padrone di casa che farà? Interrogherà gli inquilini con le valige in mano, i quali potranno rimanere solo se passano l'esame di ortodossia?
E ancora, non esiste un'ideologia gender. Esiste tuttavia, ed è ampiamente sdoganata, un'ideologia esclusivista di quello che qualcuno ritiene "diverso", un tempo si diceva "non ariano", la spinta propulsiva è identica. "Diverso" poi da chi e da cosa? In questo caso è anche da annotare se si possa, in base alle leggi vigenti, escludere dall'affitto una o più persone per motivi diversi da quelli che regolamentano i patti ed i contratti fiscali. A proposito, chissà se il tipo che affitta ad ariani è corretto con il fisco, mah. E chissà che non storca il naso se ad affittare vuole essere un disabile, sappiamo che sono "razza inferiore" e noi puri italioti siamo fieri e virili.
Il problema grande, fa notare ARCIGAY in una nota, è il "vuoto normativo sull’omotransfobia in Italia sta producendo un fenomeno raccapricciante, una sorta di esibizionismo della discriminazione, forte di un’impunità garantita dalle leggi e dalla politica."
Siamo un paese "contro". Contro i vaccini costringendo i bambini a rischiare, contro le leggi che regolamentano il vivere civile, contro le unioni civili, contro la legalizzazione delle droghe leggere togliendole dalle mani delle mafie. Tutto ciò, alla lunga, genera veramente mostri fuori e dentro il Parlamento.  

venerdì 28 luglio 2017

Controra: i pensieri attorcigliati

Evoca una casa con persiane socchiuse, penombra, finestre aperte per consentire ad un refolo d’aria di passare. Evoca ricordi d’infanzia, quando il sonno non voleva arrivare e si stava ad ascoltare i rumori del silenzio del primo pomeriggio. Controra si chiama a Napoli, parola stupenda. De Crescenzo ne fa la rappresentazione migliore fra quelle trovate, scrive in Così parlò Bellavista: Sono le tre di un pomeriggio d’estate. Il sole è impietoso. L’ombra non esiste o forse è solo un’illusione ottica, dal momento che non provo alcun sollievo nemmeno a restare seduto sotto un ombrellone degli chalet a Mergellina. A Napoli si chiama ‘controra’. Il termine sta a indicare che si tratta di un’ora contraria, cioè di un’ora che dovrebbe essere vissuta come un’ora della notte: a letto e nel buio di una stanza. L’orario unico è stato inventato nei paesi senza sole…
Nella controra si attorcigliano ricordi e pensieri, la situazione politica si batte a duello con l’insalata di riso e l’anguria. Le facce dei lettori del TG sono state spente e loro, i pensieri,  rimangono soli, la penombra e il refolo d’aria neppure troppo fresca.
E nella penombra arriva Cyrano e il suo amore folle per Rossana, il poeta dal naso adunco, lo spadaccino innamorato e anarchico. E il vino bevuto una sera davanti alle onde, e lo scintillio del mare alto in barca, con il sole che iniziava la sua discesa e illuminava una scia d’acqua che si muoveva incessante, fiera, possente, leggera.
La controra aiuta i pensieri e i ricordi, un flash, un ricordo: la coppia di anziani che camminava ogni sera verso il sole al tramonto, ogni sera a scrutare se di là arrivava qualcuno, parlando fra loro di una vita ultracinquantennale vissuta nel bene e nel male assieme.  E ancora si pensa ai turisti che camminano nella controra, sudaticci, a volte tatuati in modo osceno, quasi sempre sorridenti anche sotto il sole più impetuoso, Lecce è bella, vale la pena anche camminare nell’afa.
Sono i momenti in cui i pensieri sembrano quelle palle pazze che rimbalzano ovunque senza un apparente senso. Così arriva il ricordo di un bacio rubato e un padre che ci sorprese. Eravamo giovani però, prima della patente, un migliaio d’anni fa. Noi nascosti dietro un provvidenziale angolo in un vicolo cieco, il padre, che mai usciva dopo le 21, quella sera decise di fare quattro passi. L’inizio di un amore naufragato così.
Strana la mente umana, piena di cassettini chiusi che ogni tanto si schiudono per lasciar uscire un ricordo che pareva scordato.
E fra un bacio, la pasta con le cozze e un bicchiere di vino nella memoria arriva prorompente anche Guevara De La Cerna, il rivoluzionario diventato mito perché morto esageratamente giovane. Non aveva intuito che la storia sarebbe andata diversamente di come immaginava, i fuochi si spensero uno ad uno, A vincere fu il braccio armato dell’iniquità.
Intanto il mare là fuori, a pochi chilometri dalle mie persiane chiuse, prosegue a muoversi e raccontare le sue storie. La signora che gettava fiori in mare un pomeriggio d’inverno, ricordando chissà chi, i ragazzi che si rosolano al sole come hamburger,  la signora con il seno prorompente e irruente, il caffè in ghiaccio al chiosco e birre bevute di prima mattina.
Poi arriva un sonno lieve, breve, poi le ore passano, l’ora contro diventa ora tarda e il tempo rinfresca, lo scirocco diventa tramontana. Si aprono le persiane, ci si fa baciare dalla luce. “Caffè?” “Perché no?”



mercoledì 19 luglio 2017

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone

Ph: la goccia.org

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due nomi che ora si pronunciano assieme sempre. Emblemi della lotta alle mafie.
Dopo la strage di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, della scorta (Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani) avvenuta il 23 maggio 1992 ad opera di cosa nostra, il 19 luglio dello stesso anno, a distanza di pochi giorni, alle 16,58, una FIAT 126 imbottita di tritolo esplose ammazzando il magistrato e gli agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. 
Un ricordo personale, ero in piazza a Solero, c'era la premiazione di una gara ciclistica amatoriale alla quale presenziavo, stavo parlando con un amico, ci avvicinò il medico che passava e ci disse "hanno ammazzato Borsellino". Ricordo il sole caldo, molta gente che non sapeva, la ricerca di una TV. Ricordo lo sgomento. "Ed ora?" era la domanda che ci si poneva. Era il profondo nord, dove ci si credeva immuni dal mal di mafia, credenza quanto mai errata come dimostra la facilità con la quale mafia, camorra e n'drangheta si infiltrano nel gangli della società e della politica. Anche a nord, terra di conquista tenera da penetrare. 

lunedì 17 luglio 2017

17 luglio 1979, Somoza fugge da Managua

Il 17 luglio 1979, Anastasio Somoza Debaye, dittatore del Nicaragua, fugge precipitosamente da Managua portandosi appresso la cassa con i fondi internazionali per la ricostruzione a seguito del disastroso terremoto del 1972 che uccise oltre 10.000 persone e rase al suolo Managua. Da allora la città è estata ricostruita solo in parte in quanto la famiglia Somoza intascò i quattrini della solidarietà internazionale.
Nato a Leon il 5 dicembre 1925, fu l’ultimo membro della famiglia Somoza a governare ininterrottamente dal 1936 il Nicaragua. Secondo figlio di Anastasio Somoza Garcia. “Tachito” (così era soprannominato il dittatore) studiò negli USA e all’accademia militare di West Point. Dopo l’assassinio del padre, il fratello maggiore divenne presidente, lui gli successe facendosi eleggere nel maggio 1967. 
Dittatore sanguinario, mise fuori legge tutti i partiti di opposizione e, dopo il terremoto, venne rieletto. La Chiesa cattolica raffreddò molto i rapporti con il dittatore, grazie anche al sacerdote e poeta Ernesto Cardenal, che diventerà poi ministro con i sandinisti.
Cardenal era esponente di spicco della teologia della liberazione, fortemente osteggiata da Giovanni Paolo secondo che vedeva di buon occhio le dittature e tacciava gli oppositori tout court come “comunisti”. Emblematico l’incontro a Roma fra il papa e Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador che verrà massacrato dal criminale D’Abuisson mentre diceva messa. In quell’occasione Woytila fu molto freddo con Romero facendogli intendere che non si difendono i comunisti.
Quel che rimase dell'auto di Somoza
Nel 1979 il Frente Sandinista de liberacion national strinse accordi con moderati illuminati e riuscì a entrare in Managua mentre il dittatore fuggiva precipitosamente. Lo stesso Jimmy Carter raffreddò i rapporti con il dittatore.

Anastasio Somoza Debayle venne assassinato in Paraguay, ad Asuncion dove si era rifugiato, il 17 settembre 1980. Ad eliminarlo fu un razzo anticarro sparato dal Capitan Santiago (Hugo Iruzun) che faceva parte di un gruppo di guevarisiti guidato da Enrique Gorriaran Merlo (Ramon), già dirigente dell’Ejercito Revolucionario del Pueblo. 

giovedì 13 luglio 2017

Fu riduzione in schiavitù. Finito il processo di primo grado

Riconosciuto dai giudici nel primo grado di giudizio il reato più aberrante , la riduzione in schiavitù. Come si legge su Lecceprima.it 15 imputati sono stati condannati perchè i ragazzi che lavoravano nei campi erano trattati effettivamente come schiavi. 

Yvan Sagnet


Condanna per Pantaleo Latino, detto “Pantaluccio”, 62enne di Nardò, che sarebbe stato il referente per tutti i sodali; Marcello Corvo, 56enne, Livio Mandolfo, di 50 anni, tutti di Nardò e per Giovanni Petrelli, 54enne di Carmiano. Condannato anche il "reclutatore" Saber Ben Mahmoud Jelassi, tunisino di 46 anni detto Sabr (da cui, il nome dell'inchiesta) e gli altri tunisini: Ben Abderrahma Jaouali Sahbi, 47 enne, Bilel Ben Aiaya, 33 enne;  i cittadini sudanedi Saed Abdellah, detto Said, 30 anni; Meki Adem, 56 anni; Nizqr Tanjar, 39enne; Tahar Ben Rhouma Mehadaoui detto Gullit e l'algerino Mohamed Yazid Ghachir. Alle parti civili inoltre è stato riconosciuto il risarcimento danni.

Tutto ebbe inizio nel 2011, quando un giovane ingegnere Camerunense, Yvan Sagnet, si mise a capo della rivolta alla Masseria Boncuri nella quale vivevano ammassati in condizioni indecenti i ragazzi utilizzati per raccogliere angurie. Nel 2012 la procura di Lecce aprì i fascicoli, ricordo la conferenza stampa del Procuratore Cataldo Motta che diceva "ho dovuto riprendere in mani i libri, il reato di riduzione in schiavitù l'avevo sottostimato all'università, mi sembrava anacronistico, invece...."

Il problema, tuttavia, non è finito, anzi, dilaga anche nel profondo nord dove immigrati sottopagati e maltrattati raccolgono uva moscato in Monferrato, frutta e verdura in Emilia, mele in Trentino e via dicendo, è una mafia tentacolare che porta profitti indecenti ai caporali e a chi gestisce il traffico di esseri umani.  
Anche per questo, forse, chiedere la confisca dei beni agli imprenditori colti con le mani nel sacco, che utilizzano mano d'opera in nero facendola gestire da caporali non sarebbe male.
A Boncuri l'immigrato veniva scelto dal caporale, veniva portato al lavoro nei campo pagando il viaggio in furgoni, gli venivano detratti i costi del panino e dell'acqua, infine doveva dormire dove meglio poteva arrangiarsi, a terra o sotto gli ulivi, in attesa del giorno successivo, nella speranza di essere scelto. 

Interessante l'intervista a Yvan Sagnet su iuppiternews.it/.

martedì 11 luglio 2017

notizie del giorno

Notizie del giorno, come sempre lasciano sgomenti e allibiti. 
Leggendo a caso i giornali impariamo che "ammazza la moglie perchè non lavava i piatti", così, come se fosse normale. Oppure impariamo che un bimbo disabile non ha diritto al gioco se le mamme smarphonanti dei bimbi normo dotati protestano e un sindaco indecente, anzichè mettere con urgenza in sicurezza il tutto, chiude l'altalena.
Ancora due gradi di giudizio per poter mettere la parola fine alla vicenda del Trota figlio e trota padre, al momento condannati entrambi perchè hanno utilizzato quattrini del partito a fini personali (compreso l'acquisto di una laurea in Albania per il cucciolo di casa Bossi).
Chioggia è stata fermato fermato una stabilimento balneare con scritte inneggianti al fascismo, a duce al ventennio, il Prefetto ha ordinato di eliminare ogni riferimento al periodo peggiore della storia italiana. Il titolare dello stabilimento, tal Gianni Scarpa, ha detto "ma dai, erano goliardate". Eh no, Scarpa, sei proprio fascista e da denunciare. Comunque, per chi si trovasse dalle part idi Chioggia in vacanza, lo stabilimento da evitare assolutamente perchè fascista si chiama Punta Canna.
Infine, oggi arriva in senato il provvedimento peri vaccini obbligatori. Per questa vicenda sono sufficienti le parole di Gino Strada "Chi non vaccina i figli è un cretino" . Sottoscrivo! 

martedì 4 luglio 2017

Alfonsina Storni

Voy a dormir

Denti di fiori, culla di rugiada
mani di erbe, e tu, nutrice fina
peparami lenzuola della terra
e il copriletto carda poesiaoso dei muschi.
Nutrice mia, portami a letto, dormo.
Mettimi una lampada al capezzale
una costellazione, quella che vuoi,
van bene tutte, abbassala un pochino.
Lasciami sola: si rompono i germogli,
ti dondola dall’alto un pie’ celeste
e un passero che traccia i suoi spartiti
per il tuo oblio. Grazie. Ah, ancora…
Se chiama lui, di nuovo, per telefono
digli che non insita. Sono già andata.

Testo originale:
Dientes de flores, cofia de rocío,
manos de hierbas, tú, nodriza fina,
tenme prestas las sábanas terrosas
y el edredón de musgos escardados.
Voy a dormir, nodriza mía, acuéstame.
Ponme una lámpara a la cabecera;
una constelación; la que te guste;
todas son buenas, bájala un poquito.
Déjame sola: oyes romper los brotes…
te acuna un pie celeste desde arriba
y un pájaro te traza unos compases
para que olvides…Gracias. Ah, un encargo:
si él llama nuevamente por teléfono
le dices que no insista, que he salido

Alfonsina lasciò questa poesia a chi rimase... poi si fece abbracciare dal mare. Andò a dormire. Donna forte, socialista, una delle poetesse più importanti di sempre in America Latina. Se ne andò troppo presto, stroncata dal male fetente e dall'impossibilità di proseguire a scrivere, se ne andò lasciando una lettera al figlio ed una poesia.... 

Struggente la canzone cantata mirabilmente da Mercedes Sosa che la ricorda: Alfonsina y el mar (Autore : Ariel Ramírez Testo : Felix Luna)

“Por la blanda arena
que lame el mar
su pequeña huella
no vuelve más
un sendero solo
de pena y silencio llegó
hasta el agua profunda
un sendero solo
de penas mudas llegó
hasta la espuma.
Sabe Dios qué angustia
te acompañó
qué dolores viejos
calló tu voz
para recostarte
arrullada en el canto
de las caracolas marinas
la canción que canta
en el fondo oscuro del mar
la caracola.
Te vas Alfonsina
con tu soledad
¿Qué poemas nuevos
fuíste a buscar?
Una voz antigüa
de viento y de sal
te requiebra el alma
y la está llevando
y te vas hacia allá
como en sueños
dormida, Alfonsina
vestida de mar.
Cinco sirenitas
te llevarán
por caminos de algas
y de coral
y fosforescentes
caballos marinos harán
una ronda a tu lado
y los habitantes
del agua van a jugar
pronto a tu lado.
Bájame la lámpara
un poco más
déjame que duerma
nodriza, en paz
y si llama él
no le digas que estoy
dile que Alfonsina no vuelve
y si llama él
no le digas nunca que estoy
di que me he ido.
Te vas Alfonsina
con tu soledad
¿Qué poemas nuevos
fueste a buscar?
Una voz antigua
de viento y de sal
te requiebra el alma
y la está llevando
y te vas hacia allá
como en sueños
dormida, Alfonsina
vestida de mar”.
————————————
Traduzione.
“Sulla morbida sabbia
lambita dal mare
la sua piccola orma
non torna più
un sentiero solo
di pena e silenzio
giunse all’acqua profonda
un sentiero solo
di mute pene giunse
fino alla spuma.
Sa Dio che angoscia
ti accompagnò
quali antichi dolori
la tua voce fece tacere
per giacere
cullata dal canto
delle conchiglie marine
la canzone che la conchiglia
canta nel fondo oscuro del mare
Te ne vai
con la tua solitudine, Alfonsina
che poesie nuove
andasti a cercare?
Una voce antica
di vento e di sale
ti blandisce l’anima
e la guida
e tu vai fin là
come in un sogno
addormentata, Alfonsina
vestita di mare
Cinque sirenette
ti guideranno
per sentieri di alghe
e di corallo
e fosforescenti cavalli marini
faranno accanto a te un girotondo
e gli abitanti dell’acqua
verranno subito a giocare
accanto a te.
Abbassa un poco di più la luce
nutrice, lasciami dormire in pace
e se lui chiama
non dirgli che sono qui
dì che Alfonsina non torna
e se lui chiama
non dirgli che sono qui
digli che me ne sono andata
Te ne vai
con la tua solitudine, Alfonsina
che poesie nuove
andasti a cercare?
Una voce antica
di vento e di sale
ti blandisce l’anima
e la guida
e tu vai fin là
come in un sogno
addormentata, Alfonsina
vestita di mare”.
(Traduzione a cura di Angela Maria Daffinà)



venerdì 30 giugno 2017

Relazione DNA sulla Sacra Corona Unita (Articolo di Antonio Nicola Pezzuto)

Un articolo del mio amico Antonio Nicola Pezzuto sulla situazione attuale della SCU, dalla relazione della DNA 2016, pubblicata su Antimafia 2000.


Relazione Dna sulla Sacra Corona Unita


di Antonio Nicola Pezzuto

La relazione della Direzione Nazionale Antimafia 2016 sulla situazione della Sacra Corona Unita si apre con una puntualizzazione che mira a sgombrare il campo da equivoci e da pericoli di sottovalutazione. Scrivono, infatti, i Magistrati dell’Antimafia: "Un esame approfondito merita la valutazione effettuata da alcuni analisti circa il fatto che la Sacra Corona Unita sarebbe non più operativa, anzi scomparsa dal territorio salentino. Le attività di indagine in corso, sia con riguardo alla provincia di Brindisi che a quella di Lecce testimoniano di una perdurante, e per certi versi rinnovata, vitalità dell’associazione mafiosa Sacra Corona Unita, da tempo insediata in questi territori. Tutte le principali attività criminali delle due province, infatti, benché talora possano apparire autonome ed indipendenti da logiche mafiose, ad uno sguardo più approfondito risultano fare riferimento all’associazione mafiosa, cui comunque deve essere dato conto".
Chiaro, duro e perentorio il giudizio dei Magistrati in merito ad alcune analisi: "Si dovrebbe viceversa osservare che la diffusione di siffatta opinione induce a ritenerla ascrivibile ad un’unica regia, evidentemente interessata ad accreditarla. Invero, se è indubbio che nel corso degli anni l’associazione mafiosa abbia subito notevoli modifiche strutturali anche per “difendersi” dalle iniziative di contrasto di magistratura e polizia, è altrettanto vero che non ha affatto cessato di esistere né di curare le proprie attività criminali, sia pure in forme meno eclatanti e quindi meno allarmanti per l’ordine pubblico. È proseguita, così, a decorrere dalla metà degli anni duemila, una strategia “difensiva” connessa alle condizioni di operatività dei clan, mutate per effetto dell’inabissamento delle attività criminali, prospettate, da chi ne aveva interesse, come indicative della scomparsa dell’associazione. L’associazione mafiosa ha avuto cura di evitare qualsiasi attività criminale che potesse suscitare allarme sociale, facendo cessare o ridurre fortemente tutte le manifestazioni di maggiore clamore che rivelassero situazioni di conflitto tra gruppi criminali ovvero l’intenzione dell’associazione di porsi in aperto contrasto con la forza dello Stato, tendendo, scientemente, di acquisire il massimo consenso sociale".
Una Sacra Corona Unita, quindi, viva e vegeta, pronta a cambiare struttura e pelle, ad inabissarsi per fare affari senza attirare l’attenzione delle forze di polizia, tesa alla conquista del massimo consenso sociale.
Nel settore delle estorsioni, che rappresenta una delle attività principali dell’associazione mafiosa, si evitano atti intimidatori violenti come l’esplosione di ordigni. La fama e lo spessore criminale acquisiti, consentono agli esponenti della SCU di raggiungere lo stesso effetto intimidatorio con atti privi di clamore, come danneggiare con i collanti le serrature degli ingressi di un esercizio commerciale. Questo significa che la forza intimidatrice dell’associazione è inversamente proporzionale alla necessità di esibirla. 
Sono le stesse vittime (imprenditori, commercianti o professionisti) che, autonomamente, senza aver subito alcuna minaccia, si rivolgono all’esponente locale dell’associazione mafiosa per ottenere protezione, offrendo il pagamento del “pizzo” o l’omaggio di oggetti di pregio della propria azienda (per esempio orologi e gioielli, capi e accessori di abbigliamento, telefoni cellulari di ultima generazione e materiale informatico, autoveicoli e moto, ecc.) e assumendo anche personale con compiti di guardiania. In assenza di minacce diventa difficile ipotizzare la stessa configurabilità del delitto di estorsione.
La Sacra Corona Unita, negli ultimi anni, ha accuratamente evitato il ricorso alla violenza per risolvere i conflitti interni tra gli associati. Questo a differenza di quanto accaduto in passato quando erano numerosi gli omicidi tra i sodali. Una scelta ben precisa dettata dalla preoccupazione che il clamore provocato da fatti eclatanti possa danneggiare gli interessi della stessa associazione, “non solo attirando l’attenzione delle forze di polizia e generando allarme nell’opinione pubblica, ma provocando l’intensificarsi dei controlli e delle attività di contrasto sul territorio che rendono più incerto l’andamento delle attività criminali”. 
C’è da aggiungere che “le eventuali lotte intestine o gli scontri di potere finiscono per provocare risentimenti, rancori e vendette che puntualmente, come dimostra la storia dell’associazione, creano le condizioni che inducono a collaborare con la giustizia coloro che si sentano perdenti nei rapporti di forza interni all’organizzazione mafiosa; ovvero temano per la propria incolumità, sicchè la collaborazione si ripercuote come un boomerang su tutta l’associazione, e specialmente sulle frange ‘vincenti’ o egemoni”.
Nel Distretto della Corte d’Appello di Lecce convivono e operano diversi clan appartenenti alla galassia della SCU. Questo è il risultato della progressiva trasformazione della Sacra Corona Unita “da organizzazione tendenzialmente verticistica ad organizzazione reticolare”, all’interno della quale sono frequenti, soprattutto per effetto dell’azione di contrasto condotta efficacemente dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalle Forze di Polizia operanti sul territorio, passaggi da un gruppo a un altro e la riorganizzazione dei gruppi, al fine di conservare il controllo delle attività criminose sul territorio.
L’indagine denominata “Twilight” ha consentito di scoprire una solida organizzazione criminale dedita all’usura e alle estorsioni nei comuni di Trepuzzi, Surbo e Nardò. Un imprenditore, da indagato, ha scelto di collaborare con la magistratura. Le sue dichiarazioni hanno fatto luce sul ‘mercato dell’usura’ a Lecce e provincia, permettendo di smascherare “collegamenti, connivenze e collaborazioni, anche con circuiti bancari asserviti al sistema”.
Questa indagine, iniziata nel 2011, si è concretizzata con una richiesta di custodia cautelare ed evidenzia la convivenza nello stesso “bacino di utenza” di più consorterie mafiose, “in virtù di una pax mafiosa”. Emergono, inoltre, tutte le attuali caratteristiche della Sacra Corona Unita che mira al controllo di rilevanti settori economici, come è stato appurato nel dicembre 2015 con la sentenza in abbreviato emessa contro i più importanti esponenti del clan Padovano di Gallipoli che cercavano di riorganizzare “il sodalizio attraverso una vera e propria saldatura con il clan Tornese ed aveva incentrato i propri interessi sulla gestione dei parcheggi e della security agli stabilimenti balneari, alle discoteche e ad altre attività commerciali e imprenditoriali della zona, mediante l’imposizione dell’assunzione di personale di imprese controllate dal clan”.
Emblematica dell’evoluzione in atto nel mondo criminale è l’esistenza di vere e proprie “holdings” criminose, all’interno delle quali, “i gruppi storicamente egemoni sul territorio appaltano, per così dire, gli affari illeciti tradizionali a gruppi loro alleati, dai quali percepiscono una parte di proventi sotto forma di ‘punto’ sulle attività da essi svolte”. 
Per quanto riguarda gli assetti interni, i gruppi mafiosi mantengono le caratteristiche storiche della Sacra Corona Unita, “sia per la necessità della divisione di compiti e ruoli e la rigorosa gerarchia di questi ultimi, sia per la finalità di intimidazione interna, attuata proprio attraverso la ripartizione dei ruoli, il rispetto delle regole e la previsione di sanzioni per la violazione di esse. In questa prospettiva, si colloca anche la ripresa della ritualità delle affiliazioni, già segnalata nella relazione dello scorso anno, con la vecchia liturgia ed il rispetto delle vecchie regole (anche di quella della giornata di sabato destinata al rito del ‘movimento’), verosimilmente conseguente all’esigenza di rafforzare un vincolo che diversamente sarebbe assai tenue per la mancanza di una ‘storia’ comune, che invece aveva indotto i ‘vecchi’ ad abbandonare la ritualità, ritenendola superflua oltre che rischiosa perché agevolava l’accertamento giudiziario”. Si conferma l’esistenza di forti legami tra leccesi e brindisini e lo scambio di informazioni che avviene anche con i detenuti. Tutto ciò dimostra la piena operatività della SCU.


La distribuzione territoriale dei gruppi appartenenti alla Sacra Corona Unita
Per quanto riguarda la distribuzione territoriale dei gruppi appartenenti alla Sacra Corona Unita, la Direzione Nazionale Antimafia precisa che a Lecce la situazione sembra essersi stabilizzata rispetto a quanto accertato nella sentenza del processo “Eclissi” emessa dal GIP di Lecce il 5 luglio 2016. In questo procedimento, sono stati condannati sessantasei imputati che avevano chiesto il rito abbreviato, ventidue dei quali anche per partecipazione ad associazione mafiosa.  
La sentenza è molto importante perché ha espresso un ulteriore giudizio di attendibilità sul collaboratore di giustizia Gioele Greco che ha raccontato dettagliatamente l’evolversi dei rapporti tra il gruppo di Roberto Nisi e quello di Pasquale Briganti e il consolidarsi dei clan facenti capo a Cristian Pepe e ai fratelli De Matteis (sino al momento della collaborazione di Greco, cominciata nell’aprile del 2015).
Malgrado siano stati colpiti da numerosi arresti e da sentenze di condanna, i sodalizi capeggiati da Pasquale Briganti detto Maurizio, Cristian Pepe e Antonio Marco Penza (quest’ultimo storicamente legato al clan dei Vernel di Andrea Leo, di Vernole e dintorni) sembrano ancora attivi sul territorio, soprattutto nel settore degli stupefacenti, delle estorsioni e dell’usura e hanno deciso di evitare ogni forma di conflitto. Questi clan sono collegati ad altri del territorio brindisino e con quello di Monteroni soprattutto nel settore delle sostanze stupefacenti.
In provincia di Lecce si sono riorganizzati i clan del sud Salento, in particolar modo nelle aree di Casarano, Parabita, Matino ed Ugento. A Parabita e a Matino, nel dicembre 2015, è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP di Lecce, nei confronti dei più importanti esponenti dello storico clan Giannelli accusati di associazione mafiosa e di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Tra gli arrestati spiccano i nomi di Marco Giannelli, figlio di Luigi, capo storico del clan, artefice della riorganizzazione del sodalizio e Vincenzo Costa, da sempre ritenuto il capozona di Matino per conto del medesimo clan. Particolarmente significativo è stato l’arresto di Giuseppe Provenzano, già Vicesindaco di Parabita, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e per favoritismi a esponenti di spicco del clan, “a riprova della già evidenziata attenzione di tutte le organizzazioni operanti nel distretto ai rapporti con le amministrazioni pubbliche e con i rappresentanti del mondo politico”, scrivono i Magistrati dell’Antimafia.
Per quanto concerne Squinzano, Campi Salentina e comuni limitrofi, il 23 giugno 2016 è stata emessa una dura sentenza di condanna nei confronti di cinquantacinque persone nel processo denominato “Vortice”, celebrato con rito abbreviato e che ha riguardato sessantacinque indagati. “Tra loro vi sono Sergio Notaro, Patrizio Pellegrino e Antonio Pellegrino condannati per appartenenza alla Sacra Corona Unita a conferma, anche in questo caso, delle risultanze di indagine, indicative della persistente attività sul territorio della predetta organizzazione di tipo mafioso”.
A Galatina è attivo il clan mafioso capeggiato dai fratelli Coluccia che ha ormai allungato le mani in diversi settori economici, pretendendo “il punto” sulle attività tipicamente illecite, come il traffico di stupefacenti delegato ad alleati quali il gruppo di Vincenzo Cianci nella zona di Galatina e Sogliano Cavour.
Nella provincia di Brindisi, si è verificato un progressivo quanto ineludibile ricambio all’interno delle strutture di vertice della Sacra Corona Unita, dovuto non solo a motivi anagrafici ma anche al passaggio in giudicato di pene detentive severe a carico di capi e promotori dell’associazione. Sono stati infatti condannati all’ergastolo Carlo Gagliardi (insieme ad Antonio Campana) per l’omicidio di Massimo Delle Grottaglie e a ventisei anni di reclusione Daniele Vicientino nel processo denominato “Calipso”.
La gravità delle pene porta a pensare che sarà molto difficile per i capi storici dell’organizzazione tornare a ricoprire un ruolo effettivo al suo interno. Dalle più recenti indagini della Direzione Distrettuale Antimafia è emersa l’ambizione degli affiliati più giovani di prendere il posto dei capi storici della SCU.
Si può quindi affermare che sulla base delle indagini svolte nel periodo 1 luglio 2015-30 giugno 2016, analizzato nella relazione della Direzione Nazionale Antimafia, “gli assetti attuali della criminalità organizzata brindisina appaiono in parte modificati rispetto al recente passato”. Pur se ancora individuabile, sembra perdere di significato la storica distinzione esistente fin dal 1998 tra la frangia mesagnese capeggiata da Antonio Vitale, Massimo Pasimeni e Daniele Vicientino e quella tuturanese facente capo allo storico fondatore Giuseppe Rogoli, a Salvatore Buccarella e da ultimo a Francesco Campana. La frangia mesagnese è stata indebolita dalle collaborazioni dei suoi massimi esponenti seguite a quella di Ercole Penna, mentre l’immagine di Francesco Campana, comunque riconosciuto come capo e punto di riferimento attuale dell’intera associazione, è stata duramente colpita dalla scelta di collaborare con la giustizia compiuta da suo fratello Sandro. Malgrado abbia preso subito le distanze dal fratello e l’abbia disconosciuto durante una pubblica udienza, il prestigio criminale di Francesco Campana e la sua indiscussa autorità in seno alla SCU sono stati pesantemente scalfiti dall’eclatante decisione del fratello.
Resta comunque attuale la classica divisione geografica che vede in linea di massima il gruppo dei mesagnesi influente soprattutto nella zona settentrionale ed occidentale della provincia (in particolare Carovigno, Ostuni, Francavilla Fontana, oltre che Mesagne), mentre il gruppo tuturanese è attivo nella parte meridionale della provincia (in particolare Cellino San Marco, San Pietro Vernotico e Torchiarolo), allungando i suoi tentacoli fino alla zona settentrionale della provincia di Lecce. Nulla è cambiato rispetto al passato nella città di Brindisi dove “le attività criminali sono invece oggetto di equa ripartizione”.
Le altre famiglie storiche della Sacra Corona Unita, quella dei Bruno e quella dei Brandi, pur rimanendo indipendenti nel corso degli anni dalle due fazioni principali, sono state pesantemente indebolite nella loro forza criminale sia dalle dure condanne subite, sia per motivi anagrafici.
Nella provincia di Taranto solo la parte al confine con la provincia di Brindisi è interessata dalla presenza di gruppi storicamente legati alla SCU.
La criminalità tarantina, negli ultimi anni, è stata duramente colpita da numerosi interventi repressivi condotti in sinergia tra polizia giudiziaria e pubblico ministero. Sono stati decimati vari clan che “prepotentemente tendevano ad impadronirsi del controllo del territorio”.
Di conseguenza, altri gruppi criminali operanti sul territorio hanno cercato di colmare il vuoto di potere creatosi nei clan mafiosi, “tentando di costituire nuovi assetti delinquenziali nei territori precedentemente controllati e ormai sgombri da dinamiche criminali”.
Nell’ottobre 2014, l’operazione di polizia denominata “Alias” ha portato all’esecuzione di una cinquantina di ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP distrettuale in seguito alle indagini della Squadra Mobile di Taranto che hanno appurato “la piena operatività nel territorio cittadino di un’associazione con chiare connotazioni di mafiosità facente capo a due esponenti storici della criminalità mafiosa tarantina, quali Nicola De Vitis e Orlando D’Oronzo”. Nel febbraio 2016, nel processo celebrato con il rito abbreviato per molti dei più importanti imputati, il GIP di Lecce ha condiviso in pieno l’impostazione accusatoria, riconoscendo la natura mafiosa dell’associazione. Per il resto degli imputati, in numero decisamente inferiore, si sta celebrando il processo davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Taranto.
Molto importante è la confisca disposta dal Tribunale di Taranto nell’agosto 2016 di una serie di beni riconducibili a esponenti del clan De Vitis-D’Oronzo.
“Particolarmente rilevante la circostanza, emersa all’esito delle indagini, che il sodalizio criminoso avesse assunto il controllo – tramite un politico tarantino (Fabrizio Pomes, arrestato per il delitto di concorso esterno in associazione di tipo mafioso) che aveva appositamente creato delle cooperative di fatto riconducibili all’associazione – di un circolo sportivo cittadino denominato ‘Magna Grecia’, di proprietà del Comune di Taranto e affidato in gestione proprio a tali cooperative. Le indagini hanno anche consentito di verificare una sorta di ‘indifferenza’ da parte di esponenti del Comune a che tale importante struttura di proprietà comunale fosse di fatto controllata da un gruppo mafioso”, si legge nella relazione.
Anche gli esponenti di un altro clan mafioso sono stati processati e condannati con rito abbreviato. Si tratta di un sodalizio attivo nei territori di Crispiano, Lizzano e Torricella, capeggiato da un boss molto noto nella storia criminale di Taranto e della sua provincia. Parliamo di Francesco Locorotondo, soprannominato “Scarpa long” o “Scarpa gross” o “u’ Caprar”, quest’ultimo soprannome legato alla sua attività di pastore. Questo sodalizio era dedito a molteplici attività delittuose, soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti (vi è stata condanna anche per il delitto di associazione per delinquere finalizzata al traffico di tali sostanze), alle estorsioni e in generale al controllo di tutte le attività presenti nel territorio in questione. 
“Va evidenziato che il gruppo in questione presentava caratteristiche mafiose quasi ‘arcaiche’, con riti di affiliazione, ‘diritto di parola’ in relazione alla ‘dote’ di ciascun affiliato, rigido rapporto gerarchico e clima di intimidazione assai diffuso anche all’interno, tanto che gli affiliati ‘temevano’ l’incontro con gli esponenti di maggiore spessore criminale e con ‘dote’ più elevata.
È doveroso sottolineare che l’instabilità degli equilibri criminali in Provincia di Taranto ha causato due omicidi. Il primo si è verificato nel maggio 2016, quando è stato assassinato Mario Reale, pregiudicato di 54 anni conosciuto per l’attività di spaccio di sostanze stupefacenti. Il secondo nel luglio 2016 nel territorio di Pulsano dove è stato ucciso Francesco Galeandro.
“Tali fatti evidenziano come, nonostante i risultati derivanti dall’attività investigativa e repressiva, il territorio tarantino, anche a causa della grave crisi economica opprimente, acuita dalla nota crisi del settore siderurgico, sia territorio di instabili equilibri ed oggetto di penetrazione di gruppi criminali sempre più agguerriti e spietati”, puntualizzano i Magistrati dell’Antimafia.


Settori di operatività
Per quanto riguarda i settori di operatività, il mercato degli stupefacenti rappresenta sicuramente la fonte principale degli introiti della Sacra Corona Unita per la sua elevata rimuneratività. Il traffico delle sostanze proibite sembra, infatti, in continua crescita, di pari passo con l’aumento dei consumatori. Si ha l’impressione che l’azione di contrasto attuata energicamente dalle Forze di Polizia e dalla Magistratura “equivalga al tentativo di svuotare il mare con un secchiello”, scrivono i Magistrati dell’Antimafia ricorrendo ad un’espressione forte per sottolineare l’enormità del problema.
Considerato il gran numero delle persone coinvolte, i gruppi della SCU preferiscono controllare direttamente solo le forniture di grossi quantitativi di stupefacente, mentre la distribuzione “al minuto” è lasciata a individui o gruppi di individui che possono anche essere esterni all’organizzazione mafiosa, purché versino nelle sue casse il cosiddetto “punto” sui guadagni realizzati grazie all’attività di spaccio, “ricevendone in cambio assistenza per garantire il puntuale e corretto pagamento dei debiti”.  
Tra le sostanze stupefacenti la cocaina è quella più venduta con massimo profitto. Il mercato dei suoi consumatori è in continua espansione ed è in ripresa anche il mercato dell’eroina dopo una fase di calo.
La vera novità di questo sempre florido settore per le organizzazioni criminali è però rappresentata dal notevole incremento del traffico di marijuana che arriva dall’Albania. Ben dieci tonnellate sono state sequestrate tra la metà di agosto e la metà di ottobre 2016. Lo stupefacente, trasportato in grossi quantitativi (centinaia di chili alla volta), arriva sulle coste salentine a bordo di gommoni ed altre piccole imbarcazioni da diporto attraverso il Canale d’Otranto, frequentemente con l’aiuto di esponenti della criminalità mafiosa brindisina. Infatti, nonostante in alcuni casi il traffico sia gestito in forma autonoma da cittadini albanesi residenti stabilmente in Italia di comune accordo con i connazionali abitanti in Albania, da alcune conversazioni intercettate è risultato come la maggior parte delle volte sia necessario rivolgersi ai brindisini o anche ai leccesi per poter entrare in contatto con i trafficanti albanesi: “Una sorta di intervento dei salentini a garanzia nei confronti degli albanesi della serietà e solvibilità degli acquirenti”.
Grazie ai buoni rapporti tradizionalmente esistenti tra ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita, restano aperti i canali di rifornimento delle altre sostanze stupefacenti, soprattutto per l’approvvigionamento di cocaina. 
L’indagine denominata “Oceano” ha fatto emergere i rapporti esistenti tra la criminalità locale e gruppi di etnia albanese per il rifornimento di eroina. In questo procedimento penale, sono stati sequestrati, a più riprese, significativi quantitativi di sostanza stupefacente con contestuale arresto in flagranza dei corrieri.   
Le varie indagini, concluse o ancora in corso, hanno appurato “frequenti rapporti tra cosche calabresi e gruppi locali che si rinsaldano e recuperano nuova linfa, in particolare attraverso compravendite di sostanze stupefacenti e di armi”.
Nel processo “Trisolini+9” è stato accertato che il canale olandese è sempre molto praticato dai clan locali per rifornirsi di cocaina. I dieci imputati, in parte di Oria e in parte di Torchiarolo, importavano mensilmente nella provincia brindisina circa 40 chili di cocaina.
“Lo stupefacente veniva acquistato in Olanda, trasportato in Oria e qui diviso tra spacciatori oritani e di Torchiarolo che ne curavano la vendita al minuto. Nel corso delle indagini è stato sequestrato non solo uno dei carichi, ammontante appunto a poco meno di quaranta chilogrammi di cocaina, ma – dato più rilevante – è stata successivamente sequestrata la somma di ben 402.900 euro in contanti e cioè dell’intera cassa dell’organizzazione (a riprova della grande redditività del commercio di cocaina)”. Il 22 novembre 2016, il GUP presso il Tribunale di Lecce ha condannato tutti gli imputati a pesanti pene detentive.
La crisi economica ha fatto crescere l’usura mafiosa, quella praticata facendo leva sulla forza di intimidazione dell’associazione, a cui si affianca l’attività di recupero crediti da debitori riottosi, praticata sempre sfruttando la capacità intimidatoria.
Questo è quanto emerso nel già citato processo “Twilight” nel quale “sono state accertate le modalità di svolgimento di tale attività criminosa e, circostanza ancora più significativa, è stato verificato il coinvolgimento di dipendenti infedeli di istituti bancari che hanno prima procurato i clienti agli usurai e, successivamente, si sono adoperati per impedire che, attraverso le segnalazioni di operazioni sospette, potesse emergere l’illecita attività posta in essere dai gruppi mafiosi che la esercitavano”.
Un altro elemento di novità è rappresentato dalla scoperta di un’organizzazione dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, composta soprattutto da individui appartenenti ad ambienti del contrabbando brindisino e operativa soprattutto in Italia e Grecia ma anche in Albania, Montenegro ed altre nazioni.
L’immigrazione clandestina, comunque, non sembra interessare le organizzazioni mafiose salentine, anche se un’importante indagine ha evidenziato che alcuni brindisini, in passato coinvolti in attività di contrabbando di tabacchi lavorati esteri, hanno creato un’organizzazione transnazionale che, tra le varie attività, “offre il ‘servizio’ del trasferimento di ristretti gruppi di migranti sulle coste salentine”. I proventi di questa attività sono riciclati all’estero.


Il condizionamento della società civile e sue conseguenze
Duro il monito della Direzione Nazionale Antimafia sul condizionamento della collettività civile e sulle sue conseguenze. Lo riporto integralmente per la sua fondamentale importanza: «In tutte le realtà territoriali la percezione del controllo del territorio da parte dei gruppi mafiosi determina, nonostante i risultati conseguiti nel contrasto a tali organizzazioni, un atteggiamento di complessiva omertà nella collettività civile e di scarsa collaborazione da parte di molte vittime di condotte intimidatorie e violente. Nel distretto di Lecce si devono, invece, cogliere i segnali di un’allarmante modifica del rapporto della società civile con la criminalità mafiosa, cui consegue una crescente sottovalutazione della pericolosità di tali organizzazioni che determina la caduta verticale della riprovazione sociale nei confronti del fenomeno, con conseguente utilizzazione dei ‘servizi’ offerti dalle organizzazioni criminali o dai singoli associati.
È stato, infatti, accertato attraverso le indagini sviluppate nel distretto e mediante dichiarazioni di collaboratori della giustizia di particolare rilevanza che il ruolo della criminalità organizzata appare enfatizzato dalla crisi economica, a causa della quale si sono aperti per le organizzazioni in parola nuovi spazi di intervento, avendo le stesse assunto un ruolo di interlocuzione con la società civile, segnale di un conseguito consenso sociale o, comunque, di un’accettazione e condivisione di logiche criminali e mafiose, con conseguente legittimazione per i clan, abbassamento della soglia di legalità e, nella sostanza, il riconoscimento di un loro ruolo nel regolare i rapporti nella società civile in una prospettiva della loro definitiva sostituzione agli organi istituzionali dello Stato. I segnali che si colgono da quanto sopra esposto sono preoccupanti e devono essere raccolti e contrastati con un sinergico impegno della società civile e politica con la Magistratura e le Forze dell’ordine per invertire una tendenza che appare veramente allarmante soprattutto nel momento storico attuale nel quale l’espansione turistica dell’intera Puglia e il benessere che ne deriva potrebbe essere inquinata e frenata dai fenomeni criminali di cui si è parlato, con conseguenze disastrose per l’intera collettività".

martedì 27 giugno 2017

Auguri a Salvemini e auguri a Lecce

Parlandone a freddo possiamo dire che è finalmente passata la campagna elettorale, i risultati sono eccellenti per Lecce, assolutamente deludenti per Alessandria. Lassù a nord ha perso il centro sinistra, qui ha vinto Carlo Salvemini.
Carlo Salvemini (Ph: Agenpal)

 E vincere a Lecce non è impresa facile. Per chi è abituato a stare in città normali, che hanno, nel bene e nel male, alternanza e soprattutto dove il ballottaggio è regola quasi per ogni elezione, trovarsi catapultati nella realtà leccese governata ininterrottamente per 22 anni da una destra (spesso senza centro) che trattava la città alla stregua di un feudo, che acquistava voti, che assumeva e prometteva case popolari a chi "vota bene", soprattutto vedere l'alternativa sempre annichilita al primo turno (ricordiamo l'esito del 2012 che vide Perrone vincere con il 64,30% contro Loredana Capone che si fermò al 25,84 dopo primarie taroccate pure quelle, che videro affluenza di cingalesi alle urne), vedere tutto questo e scoprire che anche a Lecce si può arrivare al ballottaggio e vincerlo è stato emozionante. Carlo Salvemini è il figlio di quello Stefano Salvemini che 22 anni fa divenne il primo ed unico sindaco di centro sinistra leccese, consiliatura che durò poco, azzoppata dai suoi stessi alleati come nella miglior tradizione delle sinistre italiche. Non ho conosciuto Stefano Salvemini, ma me le descrivono come "sindaco galantuomo". Conosco invece Carlo,  persona libera, che racchiude in sè le caratteristiche che ritengo indispensabili ed ineludibili per un primo cittadino: competenza, onestà, coerenza. Con lui alla guida della coalizione si può anche ingoiare un rospone grande come una casa che è l'alleato trovato al secondo turno ed attuale vicesindaco. Si può fare perchè è persona affidabile e trasparente e renderà conto agli elettori del suo operato. Soprattutto penso sia cosciente che gli elettori più a sinistra hanno votato per il cambiamento ad ogni costo, anche, come dicevo prima, "ingoiando rospi", ma che è stato un voto per Salvemini e contro una destra culturalmente arretrata, con suoi esponenti che amavano dire "a Lecce cumandamu nui", per uscire dall'asfissia di una città governata male fuori dalla cerchia del centro storico,  e che, temo, lascia in eredità macerie di bilancio. Auguri a Carlo per quel che troverà aprendo i segreti cassetti.
E si è conclusa anche la campagna elettorale peggiore che io abbia mai vissuto. Peggiore perchè in alcuni casi ha raggiunto punte di astiosità altissime nelle varie anime della sinistra, fra persone che si stimano e che stimo. Momenti in cui l'ironia era presa per attacco personale, momenti tutto sommato tristi,  la speranza (e a questo ognuno lavora a suo modo) è che si plachino gli animi e si torni a parlare della città e si tenga fermo il timone del cambiamento indispensabile per non far naufragare questo irripetibile evento.  Penso veramente che Carlo Salvemini abbia bisogno dell'appoggio e delle critiche di tutti quelli che quel cambiamento si aspettano. 



sabato 24 giugno 2017

Juan de la cosa e Amerigo Vespucci

 Era il 1497, Amerigo Vespucci e il suo pilota/cartografo Juan de la Cosa arrivarono a Guajaria in Colombia, quindi arrivarono sulle rive del lago Maracaibo, qui gli indigeni vivevano in piccole palafitte e Vespucci disse che gli pareva una "piccola Venezia", in spagnolo Venezuela.  

Juan de la Cosa fu pilota prima di Cristoforo Colombo, ed era anche proprietario della Santa Maria che naufragò. 
A questo proposito girava un tempo una leggenda, se non reale, quanto meno plausibile. Si diceva che un tempo le navi prendessero il nome di donne importanti o belle, oppure abili nelle loro attività quotidiane. Così si narra che la Pinta fosse la truccata, dipinta; la Nina ovviamente la Piccola e la Santa Maria fosse in realtà la Maria Galante. 

Il mappamondo di De La Cosa

A Juan de la Cosa si deve la creazione nel 1500 del primo mappamondo con le terre d'America.

sabato 17 giugno 2017

17 giugno 1970 Italia Germania 4 a 3

 
Ph: Corriere della Sera

Era il 17 giugno 1970, nello stadio Azteca di Città del Messico la semifinale del campionato mondiale di calcio vede schierate Italia e Germania Ovest per quella che passerà alla storia come la Partita del secolo.

Le formazioni:
Italia
Germania Ovest

1
2
3
5
8
Uscita al 91’ 91’
10
15
Uscita al 46’ 46’
16
13
20
11
Sostituzioni:
14
Ingresso al 46’ 46’
4
Ingresso al 91’ 91’
CT:


La partita sarà combattutissima e finirà ai tempi supplementari con il punteggio di 4 a 3 per l’Italia.  I gol a questo indirizzo.
Ad andare a rete furono: Boninsegna (8'), Schnellinger (90'), Mueller (94'), Burgnich (98'), Riva (104'), Mueller (110'), Rivera (111').

Al ritorno in Italia, dopo la finale e la sonora sconfitta (4 a 1) subita dall’Italia contro un Brasile che schierava, fra gli altri, Pelè, i giocatori furono accolti da una folla festante, contestati furono invece Valcareggi e lo staff.

Gianni Brera, mitico giornalista sportivo, così scrisse per Il Giorno:

“Non fossi sfinito per l’emozione, le troppe note prese e poi svolte in frenesia, le seriazioni statistiche e le molte cartelle dettate quasi in trance, giuro candidamente che attaccherei questo pezzo secondo ritmi e le iperboli di un autentico epinicio. Oppure mi affiderei subito al ditirambo, che è più mosso di schemi, più astruso, più matto, dunque più idoneo a esprimere sentimenti, gesti atletici, fatti e misfatti della partita di semifinale giocata all’Azteca dalle nazionali d’Italia e di Germania. Un giorno dovrò pur tentare. Il vero calcio rientra nell’epica: la sonorità dell’esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano, i cui accenti si prestano ad esaltare la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria e labile o costante...Trattandosi di un tentativo nuovissimo, non dovrei neanche temere di passare per presuntuoso. "Se tutti dovessero fare quello che sanno", ha sentenziato Petrolini, "nulla o quasi verrebbe fatto su questa terra"…